Il problema Russia

30 Luglio 2026

 

 

Giratela come volete, ma la Russia è un problema.

Un problema ben difficile da eludere, soprattutto se si vuole parlare di Europa.

Perché il gigante eurasiatico rappresenta una sfida, e al tempo stesso un ideale per ogni concezione di un’Europa unita.

 

E, poi, la Russia è in certo qual modo un mistero. Sospesa fra Asia ed Europa.

Non solo dal punto di vista geografico. È, in primo luogo, una dimensione culturale che ha segnato, si potrebbe dire da sempre, il destino russo.

Questo destino è, però, complesso. E difficile da decifrare. Per lo meno per noi, occidentali ormai, che abbiamo sfumato, se non decisamente perduto, troppe altre “differenze”.

 

La Russia, ma meglio sarebbe dire le Russie al plurale come si faceva un tempo, queste differenze, queste “sfumature” anche marcate, le mantiene ancora. Integre o quasi.

 

Non si tratta solo della pluralità di popoli, slavi, buriati, mongoli, circassi, tedeschi…una infinità che ne compone il complesso tessuto e che, certo, incide profondamente nella sua anima.

 

E neppure si può ricondurre tutto alla storia, o meglio alle storie. Al sorgere della prima Rus’ dei principi variaghi a Kiev. Allo spostarsi del centro politico a Mosca, più difendibile dalle invasioni. Alle calate delle orde dei discendenti di Gengis Khan, e alla volontà degli Zar di fare di quel vasto impero una potenza europea. La nascita di San Pietroburgo con le sue architetture veneziane…

Forse, e dico solo forse, per capire cosa sia la Russia e quale il suo, pur controverso, legame con l’Europa, dovremmo entrare nella sua letteratura.

Partendo dai primordi, dalla Marcia del principe Ivan, dall’Arciprete Avvakum..

 

 

E, poi, soprattutto soffermarci prima sui grandi romantici, Puskin, Lérmontov così legati all’Europa…leggere di Lérmontov le sue liriche sul viaggio a Venezia, e la precognizione della propria morte nell’unico romanzo, “Un eroe del nostro tempo”. Dove Pécorin ricorda il Werther goethiano e, soprattutto, l’Ortis del nostro Foscolo.

 

Per arrivare a Gogol, Turgenev e soprattutto, Tolstoi e Dostoevskij.

Dostoevskij con il suo Giocatore. Il senso del Fato e, al tempo stesso, la ricerca di una redenzione nell’agire.

Infine il Futurismo russo. Così simile, eppure così profondamente diverso da quello del nostro Marinetti.

Il misticismo rivoluzionario di Baabel. L’inquietudine tormentosa di Gumiliev…

 

E Solzenicyin. La coscienza lucida, appassionata e fredda al tempo stesso, del destino russo. Della sua diversità, eppure del suo profondo legame con l’Europa.

 

Europa che, senza le Russie, sarebbe privata del contrappeso che le impedisce di divenire soltanto profondo Occidente. Un pallido, e per molti versi squallido, marginale del colosso americano.

No, non è solo una questione politica. E, a ben vedere, non si può ridurre ad una valutazione da sensali al mercato sul prezzo da pagare per il controllo delle risorse eurasiatiche.

 

Non ê, neppure tanto, un giudizio su Putin e sulla sua azione politica. Né sul fallimento del suo predecessore, l’alcolizzato Eltsin.

 

Ciò che veramente è in gioco è cosa sia, o meglio cosa possa essere questa Europa. Se abbia ancora un destino, o se sia condannata a svanire nell’abisso occidentale.

 

Mentre le Russie tornano ad allontanarsi, venendo sempre più attratte dall’immensità dell’Asia.

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