Il razzismo sociale di Repubblica nei confronti degli istituti professionali

8 Febbraio 2024

“Voglio trovare un senso a questa vita. Anche se questa vita un senso non ce l’ha”. Parafrasando Vasco si potrebbe applicare la sua considerazione agli articoli di Repubblica. Non le narrazioni degli esteri, per compiacere Washington e Tel Aviv. In quei casi il senso c’è ed è chiarissimo. Non altrettanto per gli articoli di cronaca.

Certo, la linea è quella dei Berizzi di turno, impegnati a trovare il pericolo fascista nascosto nelle confezioni delle uova o annidato tra i grissini. Però, a forza di dover accontentare tutti i padroni, si finisce per fare confusione. Così, per anni, si sostiene la tesi padronale che l’Italia ha assoluta necessità di aumentare il numero degli studenti negli istituti professionali. Si ospitano gli interventi di industriali  – o di albergatori e ristoratori – che offrono un’infinità di posti di lavoro,  pagati come Amadeus a Sanremo, ma non trovano giovani disponibili perché le famiglie mandano i ragazzi al liceo classico invece che agli istituti professionali. E, ovviamente, si evitano le verifiche sulle retribuzioni e sul numero dei diplomati al classico.

Poi, improvvisamente, il quotidiano degli Elkann e di Molinari scopre che la situazione nei professionali non è proprio rose e fiori. E scatta persino una sorta di razzismo sociale. I giovani che sino alla scorsa settimana rappresentavano il futuro della nazione si trasformano in un’orda di disadattati, psicolabili, figli di genitori ignoranti e privi di capacità educative. Giovani maleducati, violenti che, per colpa del governo, non vengono redenti per essere inseriti nelle aziende dove saranno dipendenti preparati, educati, rispettosi e competenti.

Il quotidiano parte dal presupposto che il disastro sia un fenomeno contingente, legato a un anno e mezzo di malgoverno. E per risolverlo basterebbe mandare i ragazzi dallo psicologo. A spese pubbliche, ovviamente. Non è chiaro come lo psicologo possa elevare il bassissimo livello di cultura e di competenze che, secondo Repubblica, caratterizza le famiglie dei giovani.

Forse, invece, sarebbe il caso di mettere fine all’impunità di cui godono non gli studenti dei professionali, ma tutti i teppisti ed aspiranti tali. Non scaricando le colpe sulle famiglie, spesso incolpevoli poiché impotenti, ma punendo le responsabilità individuali. E smettendola di trasformare il piagnisteo dei peggiori in accuse rivolte a chi è colpevole solo di essere migliore.

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