È sabato. Sabato sera, ormai. E qui…fa freddo. Inutile giocare con le parole: il freddo è freddo. E te lo senti addosso, nella carne e nelle ossa, quando esci. Magari solo per fare due passi, o, più facilmente, per prendere qualcosa che ti sei accorto mancare in casa. Qualcosa per fare da mangiare, intendo, ché certo non hai nessun desiderio di andare a fare altri acquisti, nei sonnacchiosi negozi del borgo.
Certo, non è ancora il freddo, gelido, dell’inverno. Siamo, in fondo, solo a metà settembre, ultimi giorni d’Estate, secondo il calendario. Che, per altro, è inevitabilmente ingannevole. Lo stesso qui, tra le montagne, e nelle pianure assolate della Sicilia. Ha senso? Qui l’autunno arriva quindici, se va bene dieci giorni prima. E, laggiù, spesso l’estate si protrae sino ad ottobre inoltrato, ed è possibile andare in spiaggia e fare ancora il bagno …
D’altro canto, senza andare tanto lontani, quando vivevo a Roma la stagione era molto più indulgente. E le famose “ottobrate” lunghe e piacevoli. Un prosieguo, più morbido, meno afoso, con tramonti più prossimi, dell’estate. Ed era, forse, la stagione più facile da godere. Un piacere…morbido, che ti faceva iniziare il lavoro, la scuola per me ovviamente, con indolente lentezza…
Qui, le cose stanno ben diversamente.
La stagione cambia repentina. Tre, quattro giorni fa, era ancora caldo. Anzi, addirittura insolitamente afoso. E si girava in maglietta…molti, addirittura, in tenute approssimative, pantaloni corti, canotte…e non parlo di ragazzini, ma di uomini, anche anziani…uno spettacolo…beh, lasciamo perdere.
Poi, improvvisamente, tutto è mutato. Vento freddo. Non proprio gelido, forse, ma freddo e molto. Tanto che sulle montagne, tutto intorno, era già nevicato. Poco più su, a 1600 metri. Che, poi, questa neve abbia poche possibilità di durare, è altro discorso…intanto rende più fredda l’aria. E il vento ha un ché di gelido, se appena ti fermi fuori, ad un bar.
Ed infatti il Borgo era deserto. Quasi nessuno per le vie. E, quei pochi, di corsa, e bardati di tutto punto. Già le prime giacche a vento, giubbotti, pantaloni lunghi. Pedule o scarpe pesanti comunque.
L’estate è finita. Vi saranno, forse, ancora giorni più miti. Ma qui, ormai, è autunno. Pieno e grigio.
Rientro a casa. Ormai il tramonto sta scendendo rapido. E anche l’ultimo bar si prepara a chiudere. Chiusura anticipate, mi dice, sulla porta…tanto non verrà più nessuno.
Un tepore, in casa. E i gatti acciambellati sul divano. Che dormicchiano, probabilmente attendendo la cena.
È ancora presto, però. Avrei tempo per scrivere. Scrivere, intendo, di ciò che sta accadendo nel mondo. Che è molto. Moltissimo. E ci sta sempre più coinvolgendo. Anzi, rischia di travolgerci a breve…
Guardo dalla porta a vetri del terrazzo. Vi è vento. Vento forte, tutto sommato. E freddo, per la stagione.
E vedo le cime dei monti ancora spruzzate di neve. Il tramonto veloce.
Cose..usuali forse. O, più esattamente, perenni, che non rispondono a regole artefatte da noi uomini. Che smentiscono tutte le teorie astratte…
Ho acceso il televisore…ma mi rendo conto di non aver alcuna voglia di seguire le notizie. Per quel poco che, ancora, esse possano avere una qualche sostanza di verità…
Lo spengo. Mi accendo la pipa. E torno a guardare dalla finestra.
Sarà anche importante ciò che sta avvenendo a Gaza…o in Russia….
Ma qui l’unica cosa che conta è il vento.
Il vento che soffia, già forte, dalla montagna.


