Chi vuol mettere a rischio la sopravvivenza del mondo del vino? Il Gambero Rosso, con un articolo di Carlotta Sanviti, riprende un editoriale del critico francese Michel Bettane pubblicato su World of Fine Wine. Bettane si riferisce principalmente al mercato francese, ma le considerazioni possono tranquillamente essere adattate alla realtà italiana, pur con un ridimensionamento dei prezzi che, Oltralpe, hanno raggiunto livelli folli, sino a 10mila euro per una bottiglia dei Grands cru di Borgogna.
D’altronde lo stesso critico sottolinea come il problema non sia rappresentato da questi particolari eccessi, ma da una realtà media che ha esagerato con i prezzi. Hanno esagerato i produttori – perché a parità di lavoro, di qualità del prodotto e di costi aziendali, i prezzi sono estremamente diversi ed è una questione di marketing, non di vino – ed hanno esagerato i ristoratori con ricarichi eccessivi, non giustificati da un servizio che spesso ignora la giusta temperatura del vino o il giusto bicchiere.
Il risultato è che i consumi sono calati. Anche per le ossessionanti campagne sulla sicurezza, sui pericoli per la salute. Una guerra continua a cui il settore risponde con il silenzio e con l’aumento dei prezzi. Non proprio una replica geniale. Oppure la risposta è il vino senza alcol, trasformando un prodotto che rappresenta anche le tradizioni culturali in una banalità in concorrenza con le bibite importate da chissà dove.
Con queste premesse diventa difficile affrontare anche il cambiamento imposto dal clima. Espiantare i vigneti di pianura, per creare nuovi impianti a quote più elevate, ha un costo non irrilevante. E non è una scelta facile mentre i consumi si riducono. È vero che si aprono nuove prospettive per le località di montagna, non a quote eccessivamente elevate, ma per ora i nuovi vigneti in altura hanno comportato soprattutto un ulteriore incremento dei prezzi.
È la stessa logica del turismo per altospendenti. Ma la chiusura, in Francia, di aziende vinicole non rappresenta un grande segnale per quella che Bettane definisce come la politica dell’avidità.


