Quanto fa bene l’intelligenza artificiale? Magari tantissimo, ma Michele Kettmaier – docente di Ecologia dell’AI all’Università di Benguela – ha invitato a valutare tutti gli aspetti legati al suo utilizzo. Nel suo intervento al workshop della Fondazione Nodo di Gordio a Montagnaga di Pinè, ha ricordato innanzitutto che a gestire l’intelligenza artificiale sono 6/7 multinazionali in tutto il mondo. E lo fanno, legittimamente, per il proprio interesse, non per il bene dell’umanità.
Multinazionali che sono al di là non del bene e del male ma, semplicemente, degli stati, delle nazioni. E si sentono autorizzate a fare ciò che vogliono per tutelare i propri guadagni. Servono terre rare? E si prendono a prescindere dagli impatti ambientali. Per ottenere 1 kg di germanio si distruggono 12 tonnellate di materiali? Va benissimo. Ogni 20 domande si consuma mezza bottiglia di acqua per raffreddare i server? Va benissimo, a costo di togliere l’acqua alle abitazioni. D’altronde in California le aziende di intelligenza artificiale hanno già chiesto di ridurre la distribuzione di energia alle abitazioni di alcuni quartieri per destinare l’energia solo alle aziende che si occupano di intelligenza artificiale.
E chissenefrega se si metteranno a rischio 250 milioni di posti di lavoro.
D’altronde, come ha sottolineato Marco Ferrazzoli (scrittore, giornalista ed esperto di tecnologie), mancano le alternative rappresentate dalla qualità e dalla credibilità delle intelligenze professionali. A scuola il docente esprime un suo parere personale, uno dei tanti alla pari di quello dello studente. E il medico serve solo per confermare l’autodiagnosi del malato basata sulle informazioni trovate in rete. Dunque anche le cure devono rispondere a quelle individuate in internet. E allora va benissimo l’intelligenza artificiale che, grazie a narrazioni ad hoc, ha una credibilità maggiore rispetto all’essere umano. E poco importa se risponde ad interessi economici ben precisi.
Alternative? Ferrazzoli ironizza: “chiudersi nelle bolle per difendersi dalle balle”. Però assomiglia tanto alla rassegnazione..

