Le intercettazioni telefoniche non rappresentano una prova. Tantomeno una condanna. Anche se molti giornali italiani, e relativi giornalisti, hanno trasformato le intercettazioni che riguardavano alcuni politici in sentenze definitive non solo nei confronti di chi veniva ascoltato ma di tutto il suo entourage, politico e famigliare, spesso anche amicale.
Non sempre funziona così. A Torino un’inchiesta che interessa alcuni gestori di mercatini non solo natalizi viene trattata con il massimo riserbo. E per tutte le persone coinvolte dai gestori nelle conversazioni intercettate viene sempre chiarito che non sono indagate. Che poi un comune mortale si chiede come facessero, gli organizzatori degli eventi, ad ottenere favori illeciti se, tra politici e funzionari pubblici nessuno è indagato per averli concessi. Ma questi sono particolari che, forse, un giorno verranno spiegati anche ai sudditi.
Ciò che, però, è piuttosto evidente è che tutta questa delicatezza è assicurata grazie al coinvolgimento, nelle chiacchiere al telefono, di un noto giornalista della Busiarda, cioè della galassia Elkann. Lo stesso già coinvolto in una precedente inchiesta. Coinvolto non significa colpevole, ovviamente. Però il fatto che, nella vicenda precedente, il giornalista si sia sentito in dovere di restituire i soldi pubblici incassati qualche dubbio dovrebbe suscitarlo.

E, al di là degli aspetti penali, qualche perplessità dovrebbe nascere anche per le parole pronunciate dagli intercettati: “Il giornalista ha preso i soldi ed è sparito”. Bello, no? Così come è bellissimo il silenzio dei suoi colleghi della Busiarda che non lo difendono e non lo condannano. Ci sarebbe, in teoria, anche un Ordine dei giornalisti che potrebbe intervenire a prescindere dalle decisioni della giustizia ordinaria. Anche a difesa di un’immagine della categoria che già non è delle migliori. Accuse false e intollerabili o comportamenti indecenti? Il silenzio non è sempre d’oro.
