“La sovranità alimentare è la condizione di una comunità che ha diritti sul cibo”. Terra Madre, in corso di svolgimento a Torino, non è solo la festa della crapula, la sagra dell’abbuffata con la banalità dei gazebo a nascondere i palazzi storici della capitale sabauda. Non è, insomma, solo un Salone del gusto con prezzi da gioielleria in nome del politicamente corretto. Per fortuna è anche, appunto, Terra Madre. L’occasione per discutere di ciò che è reale – il cibo e chi lo produce, lo raccoglie, lo pesca – nonostante la speculazione delle multinazionali e le idiozie woke.
La frase iniziale è di Raj Patel, economista, autore e attivista per la giustizia alimentare. E riporta parole e concetti scomodi per gli amanti della incultura woke. Sovranità, comunità. Una comunità che ha diritti sul cibo. Una comunità, non un villaggio globale per cittadini del mondo. Non c’è il diritto al saccheggio da parte delle multinazionali che controllano materia prima e distribuzione, ma non c’è neppure il diritto al saccheggio di chi invade terre altrui per accampare diritti che non ha su ciò che non ha contribuito a creare, a produrre.
Una comunità è legata da valori profondi, da radici comuni, da ciò che viene condiviso. Non è immutabile. Nuove genti possono entrare a farne parte. Donando, non pretendendo. Donando lavoro, amore, passione per la terra in cui sono arrivate. Condividendo lingue, studiando tradizioni, non imponendo le proprie regole come obbligo di inclusione.
Anche le tradizioni del cibo, mutano. La polenta esisteva anche prima della scoperta dell’America, ma solo dopo è stata fatta con il mais. Le patatine fritte sono un’invenzione francese (o belga) che non faceva parte della tradizione culturale transalpina prima del viaggio di Colombo. Ed ora il cambiamento climatico potrà portare a cambiamenti delle colture in Italia, modificando la cultura del cibo e, dunque, la cultura tout court.
Ma è la comunità che decide, se vuol essere sovrana. Non le multinazionali del cibo spazzatura che impongono le stesse porcherie in ogni angolo del globo. Non gli invasori che pretendono di vietare cibi tradizionali delle comunità perché offendono la sensibilità dei nuovi arrivati.
La cultura di una comunità è radicata anche nel cibo
“La sovranità alimentare è la condizione di una comunità che ha diritti sul cibo”. Terra Madre, in corso di svolgimento a Torino, non è solo la festa della crapula, la sagra dell’abbuffata con la banalità dei gazebo a nascondere i palazzi storici della capitale sabauda. Non è, insomma, solo un Salone del gusto con prezzi da gioielleria in nome del politicamente corretto. Per fortuna è anche, appunto, Terra Madre. L’occasione per discutere di ciò che è reale – il cibo e chi lo produce, lo raccoglie, lo pesca – nonostante la speculazione delle multinazionali e le idiozie woke.
La frase iniziale è di Raj Patel, economista, autore e attivista per la giustizia alimentare. E riporta parole e concetti scomodi per gli amanti della incultura woke. Sovranità, comunità. Una comunità che ha diritti sul cibo. Una comunità, non un villaggio globale per cittadini del mondo. Non c’è il diritto al saccheggio da parte delle multinazionali che controllano materia prima e distribuzione, ma non c’è neppure il diritto al saccheggio di chi invade terre altrui per accampare diritti che non ha su ciò che non ha contribuito a creare, a produrre.
Una comunità è legata da valori profondi, da radici comuni, da ciò che viene condiviso. Non è immutabile. Nuove genti possono entrare a farne parte. Donando, non pretendendo. Donando lavoro, amore, passione per la terra in cui sono arrivate. Condividendo lingue, studiando tradizioni, non imponendo le proprie regole come obbligo di inclusione.
Anche le tradizioni del cibo, mutano. La polenta esisteva anche prima della scoperta dell’America, ma solo dopo è stata fatta con il mais. Le patatine fritte sono un’invenzione francese (o belga) che non faceva parte della tradizione culturale transalpina prima del viaggio di Colombo. Ed ora il cambiamento climatico potrà portare a cambiamenti delle colture in Italia, modificando la cultura del cibo e, dunque, la cultura tout court.
Ma è la comunità che decide, se vuol essere sovrana. Non le multinazionali del cibo spazzatura che impongono le stesse porcherie in ogni angolo del globo. Non gli invasori che pretendono di vietare cibi tradizionali delle comunità perché offendono la sensibilità dei nuovi arrivati.
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