La demenziale politica estera italiana, al servizio di Washington, sta avendo effetti devastanti sull’economia della Penisola. E poco importa se, analizzando il trend degli ultimi anni, Germania e Francia fanno peggio. Non a caso i due Paesi maggiormente coinvolti nel sostegno alla guerra di Zelensky. Ma tra le ragioni della flessione della produzione industriale italiana figurano anche il costo dell’energia, anche questo legato alla guerra ma non solo, e soprattutto la mancanza di una politica industriale.
Così – mentre Foti, Messina e Malan vanno in TV a raccontare la favola dell’economia che cresce – i numeri di Unioncamere raccontano la realtà, che è molto diversa. A settembre, spiega Sarah Bovini, responsabile dell’ufficio studi di Unioncamere Piemonte, la produzione industriale italiana ha registrato il ventesimo calo della produzione che, nei primi 9 mesi dell’anno, è in flessione del 3,4%.
E se sono soprattutto il tessile-abbigliamento e il comparto automobilistico a trascinare il dato complessivo verso il basso, anche la stragrande maggioranza degli altri settori registra diminuzioni più o meno consistenti. Con le uniche eccezioni di alimentari e chimica-gomma-plastica.
Ancora più preoccupante, forse, l’indice dei direttori d’acquisto delle attività manifatturiere, poiché rappresenta una sorta di indicatore di ciò che succederà. A ottobre si è registrato il ventottesimo mese di declino consecutivo, un record negativo assoluto. La soglia critica, che divide crescita da recessione, è a 50 punti e l’Italia ha visto il proprio indice scendere da 48,3 a 46,9. Dunque non solo in territorio negativo, ma anche al di sotto della media europea.
Di questo, però, i famigli neomeloniani non parlano, come non parlano dell’ottimismo crescente in Spagna, Irlanda, persino in Grecia (sì, proprio gli altri Paesi Pigs insieme a Portogallo e Italia). E neppure della crescita manifatturiera, dal 2019 ad oggi, di Polonia, Cechia, Danimarca, Slovenia, Croazia, anche Bulgaria.
Meglio esaltare il boom italiano di lavoro povero.
La fallimentare politica estera alla base del fallimentare andamento dell’economia italiana
La demenziale politica estera italiana, al servizio di Washington, sta avendo effetti devastanti sull’economia della Penisola. E poco importa se, analizzando il trend degli ultimi anni, Germania e Francia fanno peggio. Non a caso i due Paesi maggiormente coinvolti nel sostegno alla guerra di Zelensky. Ma tra le ragioni della flessione della produzione industriale italiana figurano anche il costo dell’energia, anche questo legato alla guerra ma non solo, e soprattutto la mancanza di una politica industriale.
Così – mentre Foti, Messina e Malan vanno in TV a raccontare la favola dell’economia che cresce – i numeri di Unioncamere raccontano la realtà, che è molto diversa. A settembre, spiega Sarah Bovini, responsabile dell’ufficio studi di Unioncamere Piemonte, la produzione industriale italiana ha registrato il ventesimo calo della produzione che, nei primi 9 mesi dell’anno, è in flessione del 3,4%.
E se sono soprattutto il tessile-abbigliamento e il comparto automobilistico a trascinare il dato complessivo verso il basso, anche la stragrande maggioranza degli altri settori registra diminuzioni più o meno consistenti. Con le uniche eccezioni di alimentari e chimica-gomma-plastica.
Ancora più preoccupante, forse, l’indice dei direttori d’acquisto delle attività manifatturiere, poiché rappresenta una sorta di indicatore di ciò che succederà. A ottobre si è registrato il ventottesimo mese di declino consecutivo, un record negativo assoluto. La soglia critica, che divide crescita da recessione, è a 50 punti e l’Italia ha visto il proprio indice scendere da 48,3 a 46,9. Dunque non solo in territorio negativo, ma anche al di sotto della media europea.
Di questo, però, i famigli neomeloniani non parlano, come non parlano dell’ottimismo crescente in Spagna, Irlanda, persino in Grecia (sì, proprio gli altri Paesi Pigs insieme a Portogallo e Italia). E neppure della crescita manifatturiera, dal 2019 ad oggi, di Polonia, Cechia, Danimarca, Slovenia, Croazia, anche Bulgaria.
Meglio esaltare il boom italiano di lavoro povero.
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