La fauna variegata delle miserie umane

19 Aprile 2024

 

 

C’è una razza, antropologicamente mista, che ha in sé l’invidia del fallito, il rancore del represso, il risentimento del malriuscito, la gelosia dell’imbranato, l’ansia dell’impedito.

Esiste nei piani alti dell’intellighenzia mainstream, e in quelli bassi dove razzolano i plebei della banalità.

Il passaggio di comunicazione tra i due livelli di importanza è creato sulla condivisa inconsapevolezza delle loro reali condizioni culturali, psichiche e intellettuali. Il corrimano del passaggio sul quale si appoggiano per supportarsi nel loro incedere insicuro e impacciato è l’opinione pubblica addestrata e malleabile. L’architetto della costruzione nella quale si esibiscono i figuranti noti o ignorati della comunicazione di massa è la democrazia – mamma solerte e accudente dei suoi figli più difettosi e grossolani.

I vecchi dicevano che è meglio avere a che fare con un matto che con un ignorante: lo confermo professionalmente, a meno che le due caratteristiche non vadano insieme. Altri, in una variante, dicono che è meglio rapportarsi con un delinquente che con un cretino: il primo ogni tanto si riposa; il secondo è attivo a tempo pieno.

Per altro, due peculiarità caratteriali e tattiche accomunano in un macrosistema entrambe le posizioni sociali: una spontanea o voluta ignoranza nell’affrontare le questioni che vengono poste, e questa è legata ad una altrettanto spontanea o voluta necessità di difendere le proprie posizioni ideologiche.

A prescindere dalle modalità di porsi all’interno di dibattiti preconfezionati a scopo confusivo e conflittuale, non certo per un contraddittorio socratico finalizzato a sviscerare temi e argomenti – insulti, diffamazioni, discrediti, insinuazioni, squalifiche, interruzioni ed altre detestabili manovre comunicative –, l’obiettivo è sempre quello di qualunque impotente e sedicente intellettuale: poter esibirsi in retorici sermoni e in sconclusionati predicozzi senza interruzioni né contraddittori.

Partendo da due aforismi significativi di Gómez Dávila – “Avere opinioni è il modo migliore per eludere l’obbligo di pensare” e “La maggior parte della gente crede di pensare perché ignora il significato dei termini che adopera. Basta presentare una definizione al più loquace perché ammutolisca” – posso documentare personalmente che il modo migliore per dimostrare la pochezza e l’inconsistenza dei due piani citati è sfidare qualcuno ad un dibattito pubblico.

Esempio “alto”. Invitato con una lettera personale a Repubblica, e contemporaneamente diffusa sui vari social, ad organizzare un incontro pubblico nel quale dibattere le sue fregnacce con lo scrivente, Paolo Berizzi ha dichiarato pubblicamente che “ogni confronto con i fascisti è stato chiuso nel ’45”. Patetica scusa: lui è nato nel ’76 ed io nel ’51. Poteva trovare un pretesto migliore per imboscarsi.

Esempio “basso”. Stessa procedura per un insegnante di filosofia ed esponente politico locale, su tre argomenti inerenti, poi, alla sua impostazione ideologica, e riguardanti Marx, Feuerbach e Lenin. Risposta: “lo sai che non posso accettare…io sono una persona semplice”. Pietosa giustificazione per sgattaiolare.

Questi personaggi, che sono in disaccordo e non accettano il confronto, sono gli stessi che, per dirla con Dávila, “discordano non tanto perché la pensano diversamente quanto perché non pensano proprio”. Ombre della caverna platonica, osservano altre ombre, e spacciano per realtà il loro vuoto interiore.

 

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