Charles Dickens rappresenta, nel suo Christmas Carol, lo Spirito del Natale presente. Allegro, gioviale, ridondante…una sorta di gigante, che un po’ assomiglia a Babbo Natale, intento ad abbuffarsi. Felice.
Una rappresentazione che mi è sempre rimasta impressa. E che ritorna, prepotentemente, ad ogni periodo natalizio.
Perché…rende bene l’idea.
L’idea di cosa siano diventate per noi queste Feste. E non solo da oggi, visto che già in Dickens troviamo lo stesso spirito.
Mangiare. Mangiare a josa, senza ritegno. Senza alcuna vergogna. Perché è Festa. Perché è Natale. E quindi…
Perché il Pranzo o il Cenone di Natale a seconda degli usi, ha una sua rilevanza fondamentale. E non solo, per così dire, da un punto di vista gastronomico.
Oggi, per lo più, si va alla ricerca di cibi esotici. Se non addirittura (orrore!) dietetici. Riflettendo in questi un certo nodo di vivere contemporaneo. Di vivere, o piuttosto di esistere senza, mai, davvero essere. Ombre nel regno delle ombre.
Ma Cenoni e Pranzi di Natale hanno, pressocchè da sempre, le loro regole. Cui non è dato transigere.
Il Cenone va di magro. Ovvero, con una indecente abbuffata, ma senza carne. Pesce. Anguilla in umido o alla brace. Bigoli in salsa d’acciughe. Spaghetti alle vongole, con due diverse scuole di pensiero. In bianco con il guscio, o in salsa rossa sgusciate. Nel dubbio…entrambi.
E poi sarde in saor, con pinoli, uva passa e cipolla…
E garusoli, canocchie, insalata di pesce, zuppa di cozze, risotto di mare, granseola, granchi porri…
E l’elenco potrebbe continuare, quasi, all’infinito.
Poi il pranzo del giorno di Natale. Che, nella tradizione lombarda, andrebbe preceduto da una prima colazione con panettone appena sfornato e cioccolata calda.
Quindi agnolotti al ragù, o cappelletti in brodo, o ravioli di zucca con il sugo di castrato…
A casa mia si usava la pasta al forno. Ziti, lunghi, con polpettine di carne al sugo, uova sode, scamorza. Volendo esagerare, anche melanzane.
E poi i secondi. Arrosti, cappone al forno o ripieno. L’oca, l’anatra farcita con prugne e salsiccia….come vedete non cito il tacchino, che non sa di niente, anche con le castagne, roba da americani…
E lo zampone, il cotechino, il tricorno o cappello del prete. Quella, rara, sempre più rara, delizia che è la salama da sugo ferrarese. E la sua “cugina” veneta, la bondiola.
Senza dimenticare gli arrosti di carne e, soprattutto, i brasati. Con vino rosso, fiori di garofano e spezie. Lasciati a bagno per una notte. E poi fatti brasare, cuocere a fuoco lento, per ore.
Con patate, purea, verze, verdure d’ogni tipo.
E infine i dolci. Dai classici, panettoni e pandori, alle tradizioni più antiche. Osella veronese, antenato del pandori la cui origine si perde nell’antichità romana.
E quella delizia fuori dal tempo che sono gli struffoli napoletani, impastati col miele, e decorati con scorze d’arancio e diavolilli, piccoli confetti multicolori. Niente zucchero, però, che la loro origine è antica, antichissima. Ci riporta alla Magna Grecia, al sogno dei Ciclopi.
E cartellate pugliesi. Mandorlati, torroni, aromatizzati con agrumi, rivestiti di cioccolata, di glasse diverse…
Elenco impossibile. Tante, troppe delizie, accompagnate da vini di ogni tipo. Bianchi e soprattutto rossi. Forti, corposi. Barolo e Amarone. Greco di Tufo e Falanghina. Elenco impossibile, anche questo. Nel quale trovano posto, nel Nord, birre di Natale. Forti, aromatiche. Speziate e ambrate.
Una tavola che è sintesi di storie. Tradizioni, leggende. Una Grande Abbuffata, certo…ma che aveva un senso. Un significato che andava bene al di là del mangiare, del riempirsi lo stomaco.
Perché veniva dopo periodi di magro. E interrompeva una, lunga, stagione di penuria. L’Inverno, che costringeva, spesso, a tirare la cinghia. A un desinare magro, nell’attesa, ancora troppo lunga, del nuovo raccolto.
Oggi non è più così. La tavola può essere sempre imbandita con ogni cibo, indipendentemente dalla stagione. E ci si preoccupa delle calorie, della linea, della dieta…
Qualcosa, qualcosa di molto importante, è, ormai, andata perduta. E non si tratta soltanto del gusto del cibo, della sua varietà. Di pranzi e cenoni.
È altro. Molto altro. E molto di più…




