Si sta, faticosamente, concludendo la guerra in Ucraina. Di fatto col riconoscimento da parte di Washington della vittoria russa. Il silenzio di un’Europa sempre più marginale ed ininfluente. Zelensky che sta pensando a come salvare la ghirba, dopo tutti i danni, e i morti, che ha causato al suo paese.
Pace, dunque? Forse, e il dubitativo è lecito, nel quadrante ucraino. Ma la partita a domino fra potenze continua. Spostandosi altrove. Cercando nuovi scenari. E trovandoli facilmente.

È la moderna Guerra Mondiale asimmetrica, cui dobbiamo abituarci. Ci piaccia o meno…e sinceramente non ci piace. Ma così è.
Armenia. Nuova area di tensione e giochi fra superpotenze e potenze regionali.
Il “corridoio” energetico di cui gli USA hanno il controllo, materia del contendere. O meglio, pretesto per la contesa.
L’Iran lo considera una diretta minaccia alla propria sovranità interna.
La Russia lo guarda con sospetto. Anche perché sposta l’Armenia, da alleata storica di Mosca, verso il campo controllato da Washington. Inaccettabile per il Cremlino, che rischia di vedere gli americani acquisire il controllo di tutto il Caucaso meridionale. Che Mosca considera, da sempre, il suo “giardino di casa”.
E così sono iniziate violente manifestazioni di piazza contro il governo di Yerevan.
Manifestazioni, secondo le fonti americane, sobillate da Tehran e Mosca.

Secondo russi e iraniani, spontanea reazione ad un governo vendutosi agli interessi statunitensi. E questo dopo aver abbandonato il Nagorno Karabach agli azeri. Rinunciando alla difesa di quella che resta pur sempre una enclave armena, ancorché di ben poco, o nessuno, interesse strategico.
Comunque sia – e nessuna delle diverse versioni riveste il crisma della verità assoluta – un dato di fatto emerge chiaramente.
La volontà degli States di occupare, economicamente e non solo, tutto il Caucaso meridionale.
Quella di Mosca di impedire lo spostamento di tutta la regione al di fuori del suo controllo.
E, buon ultima, la paura dell’Iran. Che teme di venire accerchiato dal nemico americano.

Il fattore puramente economico, petrolio e gas, diviene così secondario, rispetto ad un preciso disegno strategico.
Che potrebbe indurre gli iraniani, o meglio costringerli, ad intervenire in Armenia. Per non rischiare di trovarsi sul collo una base operativa di americani e, abbastanza prevedibilmente, israeliani. Come già, di fatto, è l’Azerbaijan.
La situazione è, dunque, quella di una miccia accesa. Che potrebbe fare esplodere l’intero Caucaso da un momento all’altro.
Molto, se non tutto, dipenderà da cosa Trump saprà, o potrà, offrire a Mosca in cambio di questa, pesante, ingerenza nel suo “giardino di casa”.
Qualunque sia l’offerta, non è detto, però, che trovi la disponibilità di Putin. La Regione caucasica è sempre troppo importante dal punto di vista strategico per Mosca.
Che, per altro non ha alcuna volontà di rinunciare all’asse con Tehran. Su cui fonda i suoi disegni mediorientali.

Inoltre questo del Caucaso rappresenta solo uno dei, possibili o meglio latenti, teatri di scontro. Ve ne sono altri. E molti. Dalla Moldova/Transnistria all’Africa subsahariana. Ne parleremo.
Piaccia o meno, questa è la Guerra Mondiale asimmetrica.