Zheng Yongniang è un consigliere del Presidente cinese, Xi Jinping. Un consigliere molto ascoltato, per altro, ed un eccellente analista del nostro Occidente. E delle sue intenzioni.
E Zheng non usa mezzi termini per definire la situazione, attuale, dei rapporti fra la sua Cina e quell’America che risolve in sé tutte le contraddizioni di un Occidente privo di altra guida e riferimento.
E la sua analisi, riportata da vari siti europei, è lucida e fredda.
La guerra, una nuova Guerra Mondiale è inevitabile. E avrà come contendenti principali Pechino e Washington, come teatro privilegiato il Pacifico.
Punto e a capo.
Secco, asciutto, come i cinesi riescono ad essere quando parlano delle cose reali. Senza infingimenti né mezzi termini. Ovvero senza quei giri di parole, quegli eufemismi che, purtroppo, caratterizzano le dichiarazioni dei nostri politici. Sempre preoccupati più del raccontarci la classica “fiaba dell’orso” che di dirci la verità. Pura e semplice.
E la verità, purtroppo, è una. Il vero confronto, oggi come oggi, non è quello in atto e palese tra Washington e Mosca. Che, forse, (ma il condizionale è d’obbligo) potrebbe venire risolto dalla nuova Amministrazione statunitense guidata da Donald Trump.
E non è neppure quella in atto nel, convulso e confuso, Medio Oriente allargato. Con lo scontro, in atto, fra Israele e la coalizione Sciita, capeggiata dall’Iran.
Tutti capitoli pericolosi, certo, e sanguinosi della storia contemporanea. E tuttavia non risolutivi. Perché il vero confronto è più lontano. Anche se parlare di lontananza è, oggi come oggi, forse inappropriato. Il nostro mondo essendo diventato, ormai, troppo interconnesso, troppo piccolo se vogliamo semplificare, per permetterci di considerare davvero lontana una tensione di questo tipo. Dalla quale potrebbe (e il condizionale, qui, rappresenta solo una speranza) scaturire un nuovo conflitto mondiale.
Che vede, in fieri, il confronto tra Washington e Pechino. Ovvero tra chi detiene, forse da troppo tempo, una sorta di primato geopolitico, che vorrebbe mondiale ed assoluto. E chi questo primato, ormai, mette sempre più apertamente in discussione.
La Cina è guidata da una élite, se preferite una oligarchia, estremamente realista. Che non vorrebbe la guerra con il competitore americano. Preferendo una espansione “pacifica” – e qui le virgolette sono necessarie – della propria potenza. In primo luogo, certo, commerciale ed economica. In seconda istanza, naturalmente, politica.
Tuttavia, proprio il realismo di cui parlavo porta questa élite a considerare inevitabile lo scontro frontale con gli Stati Uniti. Che questa espansione non vogliono. Semplicemente. Perché non intendono trovare o accettare forme di condivisione del potere mondiale.
Un pericolo che già negli, ormai lontani, anni ’90, aveva avvertito un acuto politologo come Jean Paul Mearsheimer.
Il primo a parlare chiaramente della tragedia che si stava preparando. Perché un potere mondiale unico può funzionare nei telefilm futuribili di Star Trek. Non nella realtà.
Non fu ascoltato. Purtroppo.
Ora Pechino ha ormai preso coscienza di due cose ben precise.
Primo che lo scontro con Washington e le élite che la governano è inevitabile. Non avendo intenzione, queste, di concedere spazio alcuno alle ambizioni di altri paesi. Costi quello che costi. E mi permetto di dire che costerà molto. A tutti, non agli americani soltanto.
Secondo, e forse più importante, che l’egemonia statunitense è ormai entrata in una crisi che può essere considerata irreversibile. Ancorchè lenta.
Ormai, infatti, solo l’Europa occidentale appare prona ai dettami delle élite, finanziarie e politiche, che hanno base in America.
Il resto del mondo ha cominciato a guardarsi intorno. E a scuotersi da determinati gioghi.
Il mondo arabo sta attraversando una profonda crisi. Di cui la guerra fra Israele e gli sciiti è solo ciò che, in questo momento, appare.
L’Africa è in fermento. E i diversi paesi si stanno scuotendo da un, secolare, sonno coloniale. Già un fatto nell’ex Africa Francese, dalla quale i vecchi colonialisti sono ormai stati scacciati.
Ed anche in America Latina sono visibili i segni di una volontà di affrancarsi dal controllo americano. Soprattutto nell’area delle Ande e anche, seppur in modo più cauto, nel Brasile di Lula.
Non parliamo, naturalmente, della Russia,dove lo scontro è, ormai, palese.
Il vero confronto, però, sarà con la Cina. E le mosse della, lenta, partita a scacchi che Pechino e Washington stanno, in questo momento, giocando intorno a Taiwan, ne è, soltanto, un primo segno.



