In una giornata d’afa – sì, eccezionalmente, è afa anche qui, a quattrocento metri – le notizie scorrono rarefatte e, apparentemente, inutili. Come se tutto si potesse ridurre ad una, stanca, Olimpiade, e alle polemiche, sempre meno avvincenti, che l’accompagnano. In realtà, una coltre di apparenza gettata sopra, come un velame, ad un Agosto di guerra.
Già…perché, ci piaccia o meno (e sinceramente non ci piace) questo è un periodo di conflitto armato. Ed uso il singolare volutamente. Perché parlare di conflitti, al plurale, sarebbe un modo per sdrammatizzare le cose. Per vederle come…distanti. Che non ci riguardano realmente. Che appartengono, in sostanza, ad un altro mondo, il terzo, il quarto…comunque lontano. E sostanzialmente estraneo.

Mentre non è così. La guerra ce l’abbiamo in casa. Anche se, ancora per il momento, siamo in ben pochi ad averne chiara coscienza. Almeno fino a quando questo conflitto globale non comincerà ad incidere massicciamente sui nostri standard di vita.
Insomma, a farsi sentire, brutalmente, nelle nostre tasche. Molto più brutalmente di quanto ancora accada. Almeno per i più, che continuano a pensare alle ferie, riducono magari i giorni, ma partono…mare, montagna, laghi…qualche gita fuori porta. Qualche cena fra amici. Insomma…un livello abbastanza normale. Un’estate come un’altra…
E invece…
E, invece, così non é. Questa è un’estate…sospesa. In cui, sotto traccia, si misurano le forze. E ci si prepara ad uno scontro frontale fra blocchi.
L’apparenza di quiete sonnacchiosa è, appunto, solo tale. Solo apparenza. Se avessimo un minimo di “orecchio”, potremmo sentire chiaramente l’affanno del prepararsi alla battaglia. Le premesse, tutte, di un prossimo scontro frontale dalla portata difficile da definire. Ma, comunque, devastante.

Che ci sarà…o, per lo meno, tutto lascia intendere che è, ormai, imminente.
Certo, vi sono alcune variabili difficili da valutare. E che potrebbero – ma il condizionale è d’obbligo – cambiare rapidamente le carte in tavola. O, se preferite, la scena geopolitica globale.
Sinceramente, non penso tanto al raid ucraino in territorio russo. Per quanto inatteso – ed è grave, sicuramente, che le forze russe non si aspettassero una simile azione – non si tratta,comunque, di un qualcosa in grado di mutare le sorti di una guerra. Già segnata.
Piuttosto, solo di un tentativo di forzare la mano a Washington. E di costringerlo ad un impegno più…esplicito. Che, tradotto, può voler dire solo una cosa. La discesa in campo aperta contro Mosca.

Ed è qui che diviene difficile fare previsioni. A quanto sembra, le forze americane possono essere mobilitate contro la Russia prima delle, prossime, elezioni presidenziali. Quindi, entro inizio novembre. Dunque, prima di quello che – nonostante la fuffa quotidianamente prodotta dai media italiani – appare come un previsto ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Che, almeno sulla carta, potrebbe significare l’abbandono dell’Ucraina, e del regine fantoccio di Zelensky, al suo destino.
Sulla carta, però. Perché le variabili sono molte. E anche se è chiaro che Trump non vorrebbe un conflitto con il Cremlino, è comunque evidente che le cose, in questi ultimi quattro anni, hanno preso una piega ben difficile da raddrizzare. In particolare con l’avvicinarsi di Mosca a Tehran. Reso obbligatorio dall’ostracismo statunitense e, più, in generale, Occidentale.
Ora, se pure la Washington di Trump non vorrebbe conflitti e tensioni con Mosca, è altresì indubitabile che tirerebbe dritto verso uno scontro, diretto o indiretto, con Tehran. Che rientra, a conti fatti, nelle sue priorità. Visti i rapporti, stretti, con il governo Nethanyau.

Ma quella che, fino a qualche anno fa, avrebbe potuto configurarsi come una crisi mediorientale, e rimanere “limitata” a quell’area, oggi rischia – ed usare tale termine è mero eufemismo – di assumere proporzioni decisamente molti maggiori.
Perché, oramai, i giochi sembrano fatti. E gli schieramenti sul campo definiti.
Così se una diversa politica a Washington, con Trump, potrebbe portare al decantarsi dello scenario europeo, lo stesso non si può dire per il Medio Oriente .
E ne è ben cosciente Nethanyau, che sta, proprio in queste ore, forzando la mano. Per giungere ad uno scontro frontale con l’Iran e il fronte sciita. Che finirebbe, però, per coinvolgere Washington e, sull’altro fronte, una pur recalcitrante Mosca.
Ipotesi, naturalmente. L’unica certezza essendo, allo stato attuale, proprio l’assenza di certezze. Il panorama indefinito che ci si parla innanzi. Fosco, però. Molto fosco.
E che lascia ben poco spazio alla speranza.