La pace illusoria

10 Aprile 2024

 

 

Il ritiro di gran parte delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza non va letto, troppo ottimisticamente, come un segnale di pace imminente.

Piuttosto, tre sono i fattori che hanno spinto il governo di Nethanyau a prendere tale decisione. Contraddicendo, in apparenza, quanto affermato sino al giorno prima. Ovvero che non avrebbe mai ritirato le truppe prima di aver distrutto completamente Hamas.

Obiettivo chiaramente non raggiunto, nonostante i proclani del Ministero della Difesa israeliano. Perché è certo vero che i quadri e i militanti di Hamas hanno subito notevoli perdite, ma è altrettanto indiscutibile che parte dei loro vertici e delle loro forze sono ancora intatte. E in grado di riprendere rapidamente il controllo della Striscia. A meno che non intervengano… fattori esterni.

Che, sinceramente, potrebbero essere rappresentati solo dall’Autorità Palestinese e dalle Brigate al-Aqsa di Al Fatah. Con un forte appoggio americano. Uno scenario al momento ben difficile da prevedere. O anche solo ipotizzare.

 

Se Nethanyau si sta ritirando da Gaza, le ragioni sono essenzialmente tre.

La pressione di Washington, sempre meno disposta a sostenere una strategia rivelatesi fallimentare e controproducente.

L’opinione pubblica israeliana, che sta trovando sponde importanti nel governo di unità nazionale. Mettendo in gravi difficoltà interne il Likud.

 

E, ultimo ma non meno importante, l’Iran. Ovvero l’attesa, sempre più preoccupata, per la reazione di Teheran all’attacco israeliano all’Ambasciata iraniana di Damasco.

Reazione che fonti di Langley ritengono non solo inevitabile, ma sempre più imminente.

E qui da politico il problema si fa militare. Gerusalemme ha cercato lo scontro con Teheran. Decisa a coinvolgere Washington. O, forse, anche per venire incontro ad una priorità strategica USA.

Tuttavia l’Iran è, sotto il profilo militare, un osso ben duro da rodere.

 

Le sue Forze Armate contano oltre un milione di uomini. Comprendendo oltre 200.000 dei reparti speciali delle Guardie della Rivoluzione. Non solo ben addestrati, ma provati, nel tempo, in diversi teatri di guerra. Dal Libano allo Yemen, dalla Sirya all’Iraq.

 

Senza contare che Teheran può agire anche attraverso Hezbollah e gli Houthi. Milizie tra le meglio organizzate, e numerose, di tutto il mondo arabo.

 

Inevitabile, quindi, che il governo di Israele si affretti a riposizionare le sue forze.

Il ritiro, parziale, da Gaza ha, appunto, solo questo significato.

E non esclude affatto l’attacco alla sacca di Rafah. Che, anzi, sembra sempre più imminente, nonostante l’opposizione di Washington.

E proprio l’esplosione di un conflitto, ancorché (si spera) limitato, con l’Iran, permetterebbe al governo di Nethanyau di superare questa impasse.

La Casa Bianca non potrebbe in alcun modo lasciare Israele sola davanti ad un attacco iraniano. E questo aprirebbe, come logica conseguenza, anche la strada all’offensiva contro Rafah.

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