Tra Washington e Mosca non vi è, né mai vi sarà un’autentica pace.
Non ci si deve illudere, guardando le foto del, recente, incontro Trump/Putin in Alaska. Né costruire castelli di carta sulle dichiarazioni dei due potentati. Per altro spesso contraddittorie.

Non siamo di fronte ad una pace. Piuttosto ad una, complessa, partita a domino.
Una partita nella quale i due contendenti giocano, di volta in volta, in attacco o in difesa. Siglano accordi, li spezzano. Si affrontano. Si alleano.
È la realtà con la quale dobbiamo fare i conti. Tenendo, per di più, ben presente che i “giocatori” di tale partita non sono solo due, bensì tre.
La Cina, il gigante asiatico, rappresenta la terza variabile della partita. Ed è una variabile fondamentale.

Ora, in Ucraina, gli States sanno di aver perso militarmente. E cercano di minimizzare il danno, trovando un accordo di pace con la Russia. Anzi, cercano di guadagnarci (e probabilmente riusciranno nell’intento) vendendo petrolio a prezzi folli e armi ai subalterni europei.
Al contempo, però, Trump fa la voce grossa a favore della Polonia. Minacciando Putin di intervento militare americano se continueranno gli sconfinamenti di droni e aerei russi.
Sconfinamenti fasulli. Provocati dagli ucraini o, semplicemente, menzogne mediatiche, rese altisonanti da un battage pubblicitario senza precedenti.
E, tuttavia, utili a Trump per segnare un punto. Fermo. Per minacciare la Russia. Per lasciare intendere che il successo che questa ha conseguito in Ucraina, non può diventare punto di partenza per una, ulteriore, espansione territoriale.

Polonia e Stati Baltici fanno parte della NATO. Della sfera di influenza statunitense. E, su questo, Trump non è disposto a transigere.
Putin, per altro, lo sa bene. E si prepara, sorridendo come un gatto, a portare a casa il massimo risultato possibile in Ucraina.
Scansando, abilmente, tutte le provocazioni, prevalentemente degli europei, che vorrebbero trascinarlo in un contenzioso (si legga: guerra) più ampio.
Portandolo allo scontro frontale con Washington.
Pechino, dal canto suo, muove le sue flotte intorno a Taiwan. Trattando, però, con Washington.
Non ha fretta. La pazienza cinese è proverbiale.
Prima o poi, è sicura di riacquisire l’isola. Intanto lavora per vanificare l’ombrello americano.
Un lavoro di fino. Minacciare guerra e, al tempo stesso, promettere. Nuovi spazi economici, soprattutto. Nuovi mercati, che, poi, sono quello che a Trump davvero interessa.

Certo, è una partita estremamente rischiosa. Con troppe , imprevedibili, variabili.
Su tutte, quella del governo di Trump. Che potrebbe durare solo un mandato, se il suo, potente, vice, Vance, non riuscirà a coglierne l’eredità.
E, con il ritorno di altri, democratici o repubblicani alla Bush, alla Casa Bianca, la scena internazionale potrebbe mutare rapidamente. E radicalmente. Un veloce precipizio verso lo scontro frontale.
Verso la guerra.
Questo Putin e Xi Jinping lo sanno perfettamente. Non per nulla, pur in modo diverso, si muovono entrambi con estrema cautela.
Rafforzando i loro legami, e stringendo rapporti con altre potenze, soprattutto l’India di Modi, attraverso la SCO e i BRICS.
Una partita a domino globale. O, se preferite, a Risiko.
Il nuovo, vertiginoso e pericoloso, ordine, o meglio disordine mondiale.
Di fatto, già la nuova Guerra Mondiale che ci sta travolgendo. E che trasformerà, radicalmente, il mondo.