Quando il giornalismo zerbinato ha terminato di definire “farsa” le elezioni in Russia (ed è solo un caso che la definizione fosse la stessa utilizzata da Tajani e dal padrone Biden), fingendo di non sapere che il democratico Zelensky le ha abolite in Ucraina, sono finalmente comparsi gli analisti a spiegare che – al di là delle chiacchiere da bar e da redazione – il voto in Russia è la dimostrazione del sostegno popolare a Putin.
Perché gli atlantisti sono riusciti nel miracolo di compattare l’opinione pubblica russa: la popolazione si sente aggredita ed assediata ed è inevitabile che si stringa intorno al suo Zar. E non ha la benché minima importanza sapere se la narrazione è vera o è falsa. Gli atlantisti, con tutto l’immenso potenziale di soft power, con il controllo e la manipolazione dell’informazione, non sono riusciti a penetrare nell’anima del popolo russo.
Magari l’Occidente dovrebbe farsi due domande su questo fallimento. Che, in Italia, va di pari passo con il crollo delle vendite dei quotidiani, compresi quelli online. Vuoi vedere che essere i fedeli servitori dei maggiordomi di Biden non aiuta a far crescere la credibilità? Vuoi vedere che il doppiopesismo senza limiti non è particolarmente convincente ed ancor meno coinvolgente?
I russi hanno ascoltato la propaganda atlantista che annunciava il fallimento dell’economia di Mosca già nel 2022. Poi hanno scoperto che l’economia di guerra aveva permesso di sostenere l’economia ma mandando fuori giri il motore che si sarebbe rotto nel 2023. E nel 2024 si ritrovano con una previsione di crescita del PIL del 3% mentre il giornalismo italiano festeggia come un miracolo le previsioni di incremento dello 0,7/0,9% dell’economia neomeloniana.
Ma la Russia è isolata, hanno spiegato sin dal primo giorno di guerra i diffusori del Biden-pensiero. Si saranno spaventati, i russi? Forse no, considerando che erano “isolati” insieme alla maggior parte della popolazione mondiale. Di fronte al trionfo elettorale di Putin, il Tg5 di Mimun ha raccontato che solo i dittatori hanno inviato messaggi di congratulazioni: Xi Jinping, il venezuelano Maduro, il coreano Kim Jong-un, i cubani. Dimenticando, guarda caso, Narendra Modi che ha auspicato un rafforzamento della collaborazione tra India e Russia.
Diventa dunque difficile, per loro, credere nella propaganda atlantista. Perché, a forza di menzogne e doppiopesismo, i media occidentali sono diventati non credibili anche nelle rare occasioni in cui raccontano la verità. Soprattutto il plebiscito per Putin è la dimostrazione che l’assedio mediatico è controproducente. Così come le sanzioni. Mosca esclusa dalle competizioni sportive, e Israele no. Mosca esclusa dalle competizioni musicali, e Israele no. Mosca esclusa dalle manifestazioni culturali, e Israele no. Però gli atlantisti vorrebbero che i russi amassero l’Occidente che li discrimina. E che acquistassero prodotti occidentali. Invece si stringono intorno a Putin ed intensificano i rapporti commerciali con Asia, Africa, America latina. In nome dell’isolamento, ça va sans dire..
La propaganda ottusa degli atlantisti rafforza Putin
Quando il giornalismo zerbinato ha terminato di definire “farsa” le elezioni in Russia (ed è solo un caso che la definizione fosse la stessa utilizzata da Tajani e dal padrone Biden), fingendo di non sapere che il democratico Zelensky le ha abolite in Ucraina, sono finalmente comparsi gli analisti a spiegare che – al di là delle chiacchiere da bar e da redazione – il voto in Russia è la dimostrazione del sostegno popolare a Putin.
Perché gli atlantisti sono riusciti nel miracolo di compattare l’opinione pubblica russa: la popolazione si sente aggredita ed assediata ed è inevitabile che si stringa intorno al suo Zar. E non ha la benché minima importanza sapere se la narrazione è vera o è falsa. Gli atlantisti, con tutto l’immenso potenziale di soft power, con il controllo e la manipolazione dell’informazione, non sono riusciti a penetrare nell’anima del popolo russo.
Magari l’Occidente dovrebbe farsi due domande su questo fallimento. Che, in Italia, va di pari passo con il crollo delle vendite dei quotidiani, compresi quelli online. Vuoi vedere che essere i fedeli servitori dei maggiordomi di Biden non aiuta a far crescere la credibilità? Vuoi vedere che il doppiopesismo senza limiti non è particolarmente convincente ed ancor meno coinvolgente?
I russi hanno ascoltato la propaganda atlantista che annunciava il fallimento dell’economia di Mosca già nel 2022. Poi hanno scoperto che l’economia di guerra aveva permesso di sostenere l’economia ma mandando fuori giri il motore che si sarebbe rotto nel 2023. E nel 2024 si ritrovano con una previsione di crescita del PIL del 3% mentre il giornalismo italiano festeggia come un miracolo le previsioni di incremento dello 0,7/0,9% dell’economia neomeloniana.
Ma la Russia è isolata, hanno spiegato sin dal primo giorno di guerra i diffusori del Biden-pensiero. Si saranno spaventati, i russi? Forse no, considerando che erano “isolati” insieme alla maggior parte della popolazione mondiale. Di fronte al trionfo elettorale di Putin, il Tg5 di Mimun ha raccontato che solo i dittatori hanno inviato messaggi di congratulazioni: Xi Jinping, il venezuelano Maduro, il coreano Kim Jong-un, i cubani. Dimenticando, guarda caso, Narendra Modi che ha auspicato un rafforzamento della collaborazione tra India e Russia.
Diventa dunque difficile, per loro, credere nella propaganda atlantista. Perché, a forza di menzogne e doppiopesismo, i media occidentali sono diventati non credibili anche nelle rare occasioni in cui raccontano la verità. Soprattutto il plebiscito per Putin è la dimostrazione che l’assedio mediatico è controproducente. Così come le sanzioni. Mosca esclusa dalle competizioni sportive, e Israele no. Mosca esclusa dalle competizioni musicali, e Israele no. Mosca esclusa dalle manifestazioni culturali, e Israele no. Però gli atlantisti vorrebbero che i russi amassero l’Occidente che li discrimina. E che acquistassero prodotti occidentali. Invece si stringono intorno a Putin ed intensificano i rapporti commerciali con Asia, Africa, America latina. In nome dell’isolamento, ça va sans dire..
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