La questione Sciita

4 Febbraio 2024

 

 

Nell’ormai usuale silenzio dei media occidentali (in Italia, ad esempio, troppo occupati con Sanremo e le vicissitudini della maestrina dalla spranga rossa) Washington ha bombardato in Siria ed Iraq. Come rappresaglia dell’attacco ad una base statunitense in Iraq di un gruppo Sciita, che ha causato alcuni morti.

Rappresaglia… sempre che quasi novanta raid aerei, condotti anche con bombardieri a lungo raggio partiti dagli States, possano venire definiti così.

Perché la sproporzione – tra la provocazione di un gruppuscolo minimale, e la reazione della grande potenza – risulta immediatamente evidente. Per lo meno a chi non abbia gli occhi foderati da hamburger di McDonald’s.

 

Quella in atto tra Siria ed Iraq è, piuttosto, una vera e propria offensiva. Condotta per via aerea, sfruttando l’egemonia dell’aviazione e il controllo dei cieli. Vengono colpite basi aeree, militari, obiettivi strategici, infrastrutture… ma anche obiettivi civili. Incuranti dei, cosiddetti, “danni collaterali”.

In sostanza una riedizione della strategia “Shock and Howe”, Colpisci &Terrorizza. Sperimentata a suo tempo contro la Serbia, e poi applicata massicciamente nella fase iniziale della I Guerra del Golfo.

 

A questo punto sarebbe lecito chiedersi se, anche quella in atto nella regione siro-irakena, vero cuore del medio-oriente, si limiterà (eufemismo) ad una massiccia distruzione degli obiettivi, o se, invece, vada intesa come preludio ad un attacco più convenzionale per via terrestre.

Nel qual caso tutto, proprio tutto cambierebbe nei, già periclitanti, equilibri mondiali.

Infatti un intervento terrestre di Stati Uniti e alleati, costringerebbe Tehran a scendere in campo. Perché è evidente che questa offensiva in Siria ed Iraq, così come quella parallela in Yemen, con la questione di Gaza ha ben poco a che fare. Ed il vero obiettivo strategico è l’Iran con la sua rete di alleanze.

 

Nonostante il duro embargo (o forse proprio grazie a questo) Tehran è riuscita a tessere negli anni una complessa rete di alleanze. Sfruttando, soprattutto, la peculiare identità dell’Islam sciita. Del quale ha assunto la leadership.

Gli sciiti sono minoranza nel complesso del mondo islamico. Tuttavia sono concentrati nel medio-oriente, ove hanno una notevole forza. E sono, attualmente, molto bene organizzati sotto il profilo militare.

 

Hezbollah in Libano rappresenta una vera spina nel fianco per Israele. Ed è considerata, dagli analisti del Mossad, la migliore forza armata di tutto il mondo arabo.

In Iraq la maggioranza è Sciita. Anzi, proprio in territorio irakeno di trovano i principali Luoghi Santi dello Sciismo.

Eliminato Saddam, sunnita e Nazionalista, gli sciiti filo-iraniani hanno di fatto il potere nella regione. E quando l’Isis cercò di assumere il potere nel paese, furono proprio loro a sconfiggere le milizie del Califfo. Inquadrati e organizzati dai Qods, i reparti speciali iraniani.

Ed è stato proprio il generale Qasem Soleymani, comandante dei Qods, l’artefice di questa rete delle forze sciite. A lui si deve anche la riorganizzazione delle truppe fedeli ad Assad -alawita, una declinazione dello sciismo – che ha rovesciato le sorti della guerra in Siria.

E sempre Soleymani ha strutturato gli Houthi yemeniti – di confessione zaidita, altro ramo della Shiaa – mettendoli in grado di resistere a sette anni di guerra contro la coalizione del Golfo a guida Saudita. E, oggi, di cotrobattere alle stesse forze NATO, insidiando la via commerciale di Suez.

 

Per questo, il 3 gennaio 2020, lo stratega iraniano è stato assassinato da un drone americano all’aereoporto di Baghdad. Una eliminazione che ricorderebbe quella dell’Ammiraglio Yamamoto nel conflitto tra Stati Uniti e Giappone, se non fosse che, questa volta, non vi era alcuno stato di guerra dichiarato.

Ed uguale sorte è toccata, nel dicembre scorso in Siria, al generale Raza Moussavi. Che di Soleymani era stato uno dei più stretti collaboratori.

 

A Washington l’Iran viene visto come la principale minaccia al suo controllo del Medio Oriente. Visione che non è solo di Biden, visto che l’uccisione di Soleymani avvenne sotto la Presidenza Trump.

Tuttavia The Donald aveva sempre evitato lo scontro diretto con Teheran. Ed è per questo che ha giudicato una follia l’attacco agli Houthi yemeniti.

Inoltre , aveva molto lavorato per una buona intesa con Mosca. Anche allo scopo di isolare Tehran.

 

Ora, però, la scena è radicalmente cambiata. E la Russia si configura come il maggiore alleato dell’Iran. I rischi della politica di Biden di attaccare frontalmente il mondo sciita sono evidenti. Ed elevatissimi.

 

Al Pentagono ne sono ben coscienti. E cercano di frenare. Bisognerà però vedere se prevarrà la cautela dei militari, o il, frettoloso, bellicismo dei “falchi”. I consiglieri che, da West Wongh e, soprattutto, da Wall Street, tirano i fili di Joe Biden.

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