La velocità delle notizie lascia ben poco tempo per riflettere. Ed è appena di mezz’ora fa la conferma che Assad avrebbe lasciato Damasco, e che l’esercito governativo si sta arrendendo.
Quindi, in dieci giorni appena si è conculsa una guerra che, con vicende alterne, andava avanti da circa dieci anni. Sorprendente da un punto di vista puramente militare, non da quello più squisitamente politico.
Il regime di Assad era, certo, esangue da tempo, ma sostenuto da una complessa coalizione internazionale. Così come ancora più complessa è la coalizione dietro ai, cosiddetti, ribelli. E non solo perché profondamente divisa, se non addirittura frammentata al suo interno, ma perché complesse sono le potenze che l’hanno appoggiata, portandola a questa vittoria.
Una vittoria che potrebbe, però, essere solo l’anticamera di un generalizzato caos che prenderà, da oggi, la Siria. O meglio, ciò che era la Siria, ed ora non è più che una, complicata, mappa di diverse aree di influenza, se vogliamo di emirati fra loro divisi. E, spesso, conflittuali.
Certo, Abu Mohammed al-Jolani parla, in questo momento come un capo di Stato. Mentre sta per entrare a Damasco. Ma, in realtà, è solo il leader di Hay’at Tarhir al-Sham. Ovvero della formazione jihadista derivata da al-Qaeda e dai resti del Califfato. Non ha il controllo di tutta la Siria, né, con ogni probabilità, potrà assumerlo nei prossimi mesi.
Ad ostare molte forze diverse. E, soprattutto, i Curdi. Che vedono l’occasione di organizzare un loro stato nelle regioni che popolano. E che, per altro, sono da sempre ostili ad al-Jolani e ai suoi jihadisti.
Che sono, certo, arrivati a Damasco. Ma più che per propria forza militare per decisioni delle potenze che hanno appoggiato la rivolta. E, forse soprattutto, per un accordo politico intercorso in questi ultimi giorni tra Washington e Mosca.
Accordo che possiamo dare per certo. Anche se nulla vi è di ufficiale e, soprattutto, resta un mistero cosa il Cremlino abbia avuto in cambio della caduta di Assad. Possiamo ipotizzare un controllo certo della base navale di Tartus e territorio circostante, guarda caso risparmiati dall’avanzata dei ribelli. E non è impossibile che il destino della Siria implichi pesanti riflessi su quello di un paese solo in apparenza molto lontano. L’Ucraina.
Ipotesi, naturalmente. Quel che è certo, è che Washington ha favorito in tutti i modi il successo dei suoi antichi nemici. Perché al-Jolani viene dalle fila dei jihadisti combattuti in Iraq. Ma questa è real politik, non fantasia ideologica.
A guadagnare dalla scomparsa della Siria è, naturalmente, in primo luogo Israele. Che vede neutralizzata una rocca degli sciiti, contro cui Netanyahu sta portando da tempo avanti la sua offensiva.
A perderci, naturalmente, sembra l’Iran. Che, per altro, ha evitato un coinvolgimento diretto. Forse grazie ad una mediazione russa. O, forse, per una contropartita di cui si potranno intuire solo molto più tardi i contorni.


