“Di fronte a questo cambiamento di paradigma, la quarta rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale, il rischio che si corre è duplice e speculare”. D’accordo, hai appena finito un esame di filosofia all’università e devi far vedere che hai studiato e che non ti hanno promosso solo perché sei un ministro. Ma di fronte hai senatori e deputati. Quelli, tanto per ricordare, che in occasione dei 150 anni dell’unità (nel senso di Italia, non di quotidiano comunista), non azzeccavano una data o un personaggio del Risorgimento.
Ma il neo ministro Giuli, per indicare le linee programmatiche della sua attività, ha scelto di volare altissimo per far notare la differenza rispetto a chi lo stava ad ascoltare. Una supercazzola, in pratica.
Del tutto inutile, se non per buttare un po’ di fumo intorno al nulla cosmico della politica culturale. Un tempo, probabilmente, le linee programmatiche del ministero della cultura avrebbero dato vita ad un dibattito, ad un confronto, ad uno scontro. Ora il nulla al di là di qualche battuta e di qualche meme.
D’altronde – come sottolinea Guia Soncini su Linkiesta – non ci sono più gli spazi per un confronto di questo tipo. I giornali non li legge più nessuno, nemmeno gli abbonati. Nonostante l’autoreferenzialità dei giornalisti, convinti di avere ancora un seguito. I talk show televisivi sono la negazione assoluta del confronto, tra strilli e censure, e la cultura proprio non li scalfisce.
Se poi le premesse sono quelle dell’audizione di Giuli, allora possono essere utilizzate per svuotare uno stadio, per mandare a casa i frequentatori di una discoteca, per spiegare ai commensali che il ristorante vuole chiudere.
Però non c’è solo Giuli. Ed i giornali non hanno più lettori a prescindere dal ministro. Colpa degli editori? Dei direttori? Dei giornalisti? Di tutti loro. Ma anche di una scuola che sforna semianalfabeti che riescono a concentrarsi su un massimo di 5/6 righe di testo, prima di stancarsi e perdersi nel vuoto della propria assenza di pensiero.
La cultura è per pochissimi, l’informazione per pochi. Anche il numero di coloro che seguono i programmi TV si riduce. Trionfano i social da consumare in pochi secondi. Ed è il trionfo degli oligarchi che, con pochissimo sforzo, possono ormai controllare tutto ed indirizzare masse amorfe a seconda delle necessità e convenienze.

