La verità su Gheddafi

20 Aprile 2025

 

 

Lentamente, in modo confuso, frammentario, a dosi, potremmo dire, omeopatiche, ma la verità, con il tempo, viene a galla.

E la fitta nebbia – creata dai media e dal loro controlli – sulla fine di Gheddafi comincia ad emergere.

Ed è, va detto, una verità tragica. Che dovrebbe infondere vergogna.

Il Rais, certo, era un personaggio eccentrico. Eccentricità accentuata dai Media, che ce la raccontavano per lungo e per largo. Ponendo sempre l’accento su tali comportamenti. La tenda, sontuosa, in cui alloggiava mentre era a Roma in visita. Il rifiuto delle convenzioni. Il proclamarsi, cosa apparentemente incredibile, Re dei Re dell’Africa Nera…

 

Questo, però, metteva in ombra, anzi in totale silenzio, ciò che il Colonnello davvero rappresentava. Un elemento di forte stabilità, in una regione turbolenta e pericolosa.

 

Gheddafi garantiva livelli di vita molto alti ai popoli della Libia. Nessuna tassa, lavoro garantito, un sistema sanitario efficiente. Case di proprietà.

Inutile fingere il contrario, i cittadini libici stavano bene. E gli immigrati, molti, che li sostituivano nei lavori pesanti, ricevevano un trattamento, non solo economico, dignitoso.

 

Era l’unico modo per tenere sotto controllo un paese altrimenti ingovernabile per differenze tribali. E il Colonnello lo aveva ben compreso, sfruttando, per fare questo, le rendite del petrolio.

 

Però Gheddafi aveva grandi ambizioni. Voleva fare della sua Libia un polo di riferimento per buona parte dell’Africa settentrionale. Che cercava di tenere sotto controllo con aiuti economici e, mirati, interventi militari.

 

Ecco cosa significa davvero Re dei Re dell’Africa Nera. Al di là della retorica altisonante. E un po’ ridicola. Per lo meno per la nostra sensibilità.

 

Questa sua iniziativa a vasto raggio dava, però, molto, troppo fastidio. Soprattutto a potenti e influenti aziende petrolifere. Che avevano già dimostrato a quali mezzi sapevano ricorrere quando ebbe “l’incidente mortale” il nostro Enrico Mattei. Gheddafi fu avvisato, chiaramente e in modo brutale. Ma non si diede per vinto.

 

Ambizioso era ambizioso. E si mosse con una spregiudicatezza che lascia sconcertati.

 

Probabilmente, la goccia che fece traboccare il vaso fu l’annuncio che avrebbe dato vita ad una nuova moneta pan-africana, indipendente, anzi concorrenziale col dollaro.

E questo non poteva venire accettato.

 

Così, scoppiò la “rivoluzione”. E i nostri Media ci raccontarono, per filo e per segno, le, presunte, aberrazioni del regime. E quanto, invece, erano buoni, e democratici, i ribelli.

 

Gheddafi morì. E la storia di come, catturato, o consegnatosi, ai parà francesi, venisse dato in mano ai suoi nemici tribali e suppliziato in modo aberrante, resta una vergogna indelebile.

Da allora, e molta acqua è trascorsa sotto i ponti, la Libia è nel caos. O meglio non esiste più. Contesa fra il governo di Tripoli e quello di Bengasi, con il Fezzan in mano alle tribù tuareg e tibù. Il caos, la guerra civile, la perdita dei livelli di vita che ha portato quelle popolazioni a conoscere la fame.

 

Soprattutto, è esplosa l’Africa settentrionale. Con guerre civili e, per noi particolarmente perniciose, migrazioni verso l’Europa. Un disordine, e una minaccia, che il Colonnello ci aveva evitato per molti anni.

 

Resta la memoria del tradimento italiano. Berlusconi, che non era d’accordo, di fatto esautorato da Napolitano, con il sostegno di La Russa e Frattini.

In sostanza, siamo andati platealmente contro i nostri interessi, facendo il gioco di francesi, inglesi e americani che miravano a gas e petrolio libico.

Una situazione assurda. Un suicidio volontario su commissione.

 

Ora, in una situazione di grandi trasformazioni dell’Africa sub-sahariana, di crescente presenza russa nella regione e nella stessa Libia, forse sarebbe giunto il momento di dire e scrivere la verità.

 

Di rendere giustizia al fantasma, pur sempre inquieto, del Colonnello.

 

E di fare giustizia di chi, in quella occasione, tradì non lui, ma gli interessi dell’Italia.

 

O, per lo meno, di raccontare la verità. Tutta la verità. Finalmente.

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