Aurora. Aurora grigia, appena accennata, di un giorno di Marzo piovoso.
Siedo in penombra. Bevo caffè. Fumo la pipa, tabacco francese nero. Forte e saporito. E ascolto la pioggia.
Tutto è silenzio. Solo il ronfare dei miei gatti. Queste, penso, sono ore ineffabili. E impagabili. È giorno festivo. E posso non correre. Tutto si rallenta. Forse perché in questi momenti, non vivo sui nervi. Mi abbandono ad un flusso, una risacca, di pensieri, frammenti di sogni dell’ultimo dormiveglia, ricordi… e, soprattutto, sensazioni. Non mediate, o mediate appena, dalla ragione.
La mente vaga. E affiora, nella marea, una frase.
Il modo giusto di vivere, è prendere la vita come sogno.
La memoria mi dice che è Hagakure. Yamamoto Tsunemoto. Che, però, mai scrisse quel libro. Sono frasi, frammenti di conversazione, con un discepolo. Che le trascrisse dopo la sua morte. Ed allora era già divenuto da tempo Jōchô. Un monaco buddhista. Dopo una vita da samurai.
Prendere la vita come sogno. Implica una, anomala, capacità di distacco. Anzi, porta al distacco.
Mi ricordo anche altri versi, giapponesi. Non so di chi. Un samurai, prima del rito, suicida, del seppuku.
Più o meno dicevano: la vita è breve sogno. Nella morte la realtà…
Potrebbe sembrare cupo. Necrofilo addirittura. E invece… è un inno alla vita.
Ma alla vita non come, comunemente, la si intende.
Perché non è necessario scomodare Shakespeare, l’abusato, siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
Il Maestro di Spada, ci dice altro. Che la vita va vissuta come sogno. E, quindi, mutevole, imprevedibile. Meravigliosa.
La capacità di meravigliarci è quella che dispare, svanisce, nel grigiore della quotidianità. Che è, però, grigiore oppressivo certo… ma solo apparente. Dipende… dal punto di vista.
Se ci facciamo prendere dall’ossessione che quella che stiamo vivendo è l’unica realtà, massiva e indiscutibile, allora siamo in prigione. Una gabbia di ferro della quale non possediamo le chiavi.
Ma se noi tutto quello che accade lo viviamo come sogno, bello o brutto che sia… beh, allora ci trasferiamo su un altro piano. Dove non vi sono sbarre. E siamo… liberi e leggeri.
Un maestro zen, come era Jōchō, attraverso la chiave del sognare la vita, insegna l’impermanenza di tutte le cose. E il senso, forse inebriante, dell’esperienza del vuoto…
Ma l’Aurora è ormai giunta. E il sole comincia ad assumere una qualche, pur fredda, intensità… sento rumori nella casa. Qualcuno passa lungo la strada. E i gatti, i miei tre gatti, schierati, mi stanno fissando con aria di rimprovero.
Poso la pipa. E lascio stare i frammenti di Hagakure. Che se ne vanno con le ultime ombre della notte.
Devo pensare ai croccantini.

