Mentre l’Italia punta, stupidamente, sul lavoro povero, il resto del mondo si interroga sui rapporti – sempre più difficili – tra imprenditori e giovani alle prese con le prime occupazioni. Ne scrive l’Huffingtonpost e delinea un quadro che rappresenta un pesante atto di accusa nei confronti delle aziende. E, poiché l’articolo parte dall’esperienza statunitense, non c’è neppure il bisogno di scendere sul piano dello sfruttamento economico messo in atto da troppe imprese italiane.
Il problema di fondo, però, è lo stesso: perché mai un giovane che ha terminato il ciclo degli studi, qualsiasi sia il livello, dovrebbe essere entusiasta di entrare in questo mondo del lavoro? Huffingtonpost è sicuramente troppo ottimista riguardo alle competenze dei giovani che, secondo i redattori, sarebbero mediamente più preparati rispetto ai potenziali donatori di magro salario. Considerando la quota impressionante di giovani italiani che terminano gli studi superiori senza essere in grado di comprendere un testo in italiano di media difficoltà, è evidente che l’ottimismo deve essere ampiamente ridimensionato. Se si aggiunge la crescente riduzione del numero di parole conosciute, il quadro diventa estremamente desolante.
Però – assicura il giornale – le nuove generazioni sono più etiche e vorrebbero che il loro lavoro avesse un senso. Mentre, quasi sempre, non ce l’ha. Vero. Le scartoffie burocratiche, utili solo a mantenere la burocrazia stessa ed a penalizzare qualsiasi attività, non possono rappresentare un motivo di soddisfazione e di realizzazione dell’individuo. È cresciuto l’impiego di giovani alla stregua di ingranaggi perfettamente sostituibili. E, con queste premesse, si vorrebbe passione, impegno, qualità, sacrificio? Per un salario mensile insufficiente per crearsi una famiglia o anche solo per una vita decente da single?
Aggiungiamo ambienti di lavoro dove il merito è tabù e dove conta solo il leccaculismo; la consapevolezza di padroni incapaci e manager arroganti ed avidi; la richiesta continua di dimostrazione di fedeltà ad un’azienda che ha invece il diritto di cambiare i dipendenti senza ragione alcuna; le carriere garantite a parassiti e ruffiani; la pretesa di sacrifici in cambio di nulla. Difficile poter pensare ad entusiasmo, coinvolgimento, impegno. E non funziona neppure lo scambio denaro per lavoro. Perché il denaro è poco, e la qualità del lavoro è perfettamente proporzionale.
Lavoro senza un senso? La generazione Z dice No
Mentre l’Italia punta, stupidamente, sul lavoro povero, il resto del mondo si interroga sui rapporti – sempre più difficili – tra imprenditori e giovani alle prese con le prime occupazioni. Ne scrive l’Huffingtonpost e delinea un quadro che rappresenta un pesante atto di accusa nei confronti delle aziende. E, poiché l’articolo parte dall’esperienza statunitense, non c’è neppure il bisogno di scendere sul piano dello sfruttamento economico messo in atto da troppe imprese italiane.
Il problema di fondo, però, è lo stesso: perché mai un giovane che ha terminato il ciclo degli studi, qualsiasi sia il livello, dovrebbe essere entusiasta di entrare in questo mondo del lavoro? Huffingtonpost è sicuramente troppo ottimista riguardo alle competenze dei giovani che, secondo i redattori, sarebbero mediamente più preparati rispetto ai potenziali donatori di magro salario. Considerando la quota impressionante di giovani italiani che terminano gli studi superiori senza essere in grado di comprendere un testo in italiano di media difficoltà, è evidente che l’ottimismo deve essere ampiamente ridimensionato. Se si aggiunge la crescente riduzione del numero di parole conosciute, il quadro diventa estremamente desolante.
Però – assicura il giornale – le nuove generazioni sono più etiche e vorrebbero che il loro lavoro avesse un senso. Mentre, quasi sempre, non ce l’ha. Vero. Le scartoffie burocratiche, utili solo a mantenere la burocrazia stessa ed a penalizzare qualsiasi attività, non possono rappresentare un motivo di soddisfazione e di realizzazione dell’individuo. È cresciuto l’impiego di giovani alla stregua di ingranaggi perfettamente sostituibili. E, con queste premesse, si vorrebbe passione, impegno, qualità, sacrificio? Per un salario mensile insufficiente per crearsi una famiglia o anche solo per una vita decente da single?
Aggiungiamo ambienti di lavoro dove il merito è tabù e dove conta solo il leccaculismo; la consapevolezza di padroni incapaci e manager arroganti ed avidi; la richiesta continua di dimostrazione di fedeltà ad un’azienda che ha invece il diritto di cambiare i dipendenti senza ragione alcuna; le carriere garantite a parassiti e ruffiani; la pretesa di sacrifici in cambio di nulla. Difficile poter pensare ad entusiasmo, coinvolgimento, impegno. E non funziona neppure lo scambio denaro per lavoro. Perché il denaro è poco, e la qualità del lavoro è perfettamente proporzionale.
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