Le Corbusier voleva riportare il verde in città 100 anni fa. I grandi urbanisti lo hanno capito adesso

12 Agosto 2026

Rientrerebbe nello spirito della nuova architettura la ricerca di soddisfare le più recondite esigenze umane, restituendo il verde al paesaggio urbano e reintroducendo la natura nel campo delle nuove fatiche quotidiane; ci sentiremmo finalmente tranquillizzati di fronte all’angosciosa minaccia della grande città che imprigiona, opprime, soffoca, asfissia coloro che vi sono capitati, che vi dovranno svolgere un lavoro.

Le Corbusier lo scriveva nel 1924. Un passaggio ripreso da Giuseppe Lupo nel suo libro Medioccidente pubblicato da Marsilio. Dopo oltre un secolo gli architetti italiani sono arrivati alle medesime conclusioni. Meglio tardi che mai.

Dopo aver rovinato città e paesi con costruzioni orrende, prive di qualsiasi rapporto con il territorio, con le radici, con le tradizioni, con la cultura e l’anima locale; dopo aver edificato grattacieli che inquinano, consumano energia e producono calore aggiuntivo; improvvisamente scoprono che le città andrebbero ripensate. Da loro? Come affidare a Dracula la gestione dei donatori di sangue.

Ed è ancora più curioso pensando che archistar, grandi urbanisti, assessori delle metropoli fanno tutti parte della medesima area politica. Quella gauche intello che blatera di difesa dell’ambiente e poi riempie Milano di grattacieli per altospendenti che vivono immersi nell’aria condizionata 24 ore su 24. Le Torri di Milano dopo la Torre di Babele. Hanno molto in comune.

C’è però una differenza abissale tra Le Corbusier e gli urbanisti odierni. Il grande architetto svizzero pensava ad un ritrovato incontro tra cittadini e natura, per superare l’asfissia provocata da città angoscianti, da ritmi di lavoro e di vita innaturali. Gli urbanisti del politicamente corretto odierno pensano esclusivamente al termometro ed alla possibilità di far soldi rimediando agli errori che loro stessi hanno commesso. Perché dell’alienazione cittadina non gliene frega niente.

 

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