Le mosse del Sultano

24 Aprile 2024

 

 

Dunque… breve ricapitolazione, per meglio comprendere. Erdogan, con il suo AKP, perde le elezioni amministrative. Ankara, Smirne e, soprattutto la sua Istanbul in mano all’opposizione del CHP. Che non è come vi, e ci, raccontano la “sinistra”. Ma l’erede – più o meno evoluto o degenere, a seconda dei punti di vista – del kemalismo. Laico e nazionalista.

Se avete dei dubbi in proposito, chiedete ai Curdi se sarebbero contenti di un tale cambiamenti al governo…

 

Comunque, da noi, in Italia ed Europa “americana” – usare la sigla UE mi sembra improprio – si festeggia. Il Sultano è visto male. Un despota, un autocrate… anche se – lo dico a bassa voce – è strano che un autocrate si sottoponga al voto. E, soprattutto, che perda.

 

In realtà il giubilo è soprattutto negli ambienti NATO. Di cui la Turchia è parte. E parte fondamentale. Sia per forze militari – il secondo esercito dell’Alleanza Atlantica – sia per posizione strategica. Il controllo degli accessi al Mar Nero.

 

Ma Erdogan è, da tempo, considerato inaffidabile. Ambiguo. Per questo nel 2016 si è tentato di eliminarlo, anche fisicamente, con un golpe militare partito da una base NATO controllata dagli americani. Golpe malamente raffazzonato. Roba in stile “Vogliamo i colonnelli”, vecchio film con Ugo Tognazzi. Fallito miseramente e nel (quasi) ridicolo. Probabilmente anche con un aiutino, a Erdogan, del FSB di Putin.

Allora, per fare fuori il Sultano, si è tentata la via democratica. Elettorale. E Washington si è molto spesa – e molto ha speso – per favorire le opposizioni.

 

A fronte dei risultati disastrosi, si pensava che, ormai, Erdogan sarebbe stato un’anatra zoppa. Troppo preoccupato della perdita di consensi interni per continuare a dare problemi con le sue alzate di ingegno.

 

Ma si era fatto il conto senza l’oste. Ovvero senza tenere conto del carattere del Sultano. Che sarà anche politicamente rozzo nei modi. Con poco aplomb diplomatico. Ma abile è abile. E, soprattutto, tosto. Insomma lui gli “attributi” ce li ha. Non è uno Scholz o un Macron qualsiasi.

 

E così, invece di starsene buono a leccarsi le ferite, si è messo a rilanciare l’iniziativa del “corridoio del grano” tra Russia e Ucraina. Che sa, in partenza, destinata a fallire. Per la demenza di Zelenski e, soprattutto, per gli interessi di chi lo controlla.

Tuttavia è iniziativa che rende Erdogan molto popolare nel Nord Africa. Perché i paesi del Maghreb di quegli approvigionamenti di grano hanno necessità vitale.

E il Sultano sta, così, continuando a tessere la tela per fare della Turchia il riferimento dei paesi sunniti. Mettendo nell’angolo le petro-monarchie del Golfo.

 

E, poi, nei giorni scorsi, incontra il leader politico di Hamas, Haniyeh. Lo abbraccia, per fargli le condoglianze per i tre figli uccisi da un raid israeliano a Gaza. E si slancia in proclami a favore della nascita di uno Stato Palestinese. Attaccando con durezza Israele.

 

Questo viene subito recepito dai Media occidentali. E suscita sdegno. Non in Israele soltanto.

Ma, al solito, non si legge attentamente quello che Erdogan ha detto. E, soprattutto, non lo si legge fra le righe.

 

Perché Erdogan propone al leader di Hamas una riunificazione con la Cisgiordania. Ovvero con l’Autorità Palestinese di Abu Mazen. E, di fatto, di smobilitare l’apparato militare di Hamas a Gaza.

E, incredibilmente, Haniyeh si impegna a farlo. Certo, solo se lo Stato palestinese venisse davvero unificato e politicamente riconosciuto. In questo caso, promette, Hamas tornerà ad essere solo un partito politico. Figliazione locale dei Fratelli Musulmani. Con i quali Erdogan intrattiene eccellenti rapporti.

 

Ora, Erdogan sa bene che questa, al momento, è la lista dei sogni. E che Haniyeh ha un controllo praticamente nullo sul braccio armato di Hamas a Gaza.

Inoltre, lui e i vertici politici dell’organizzazione si trovano nell’antipatica situazione di “Totò cerca casa”. Perché il Qatar, su pressione americana, sta per sfrattarli. Fine degli agi e degli ozii in un luogo sicuro.

Pare che stiano cercando di riparare in Oman. Ma anche lì non sembrano molto graditi.

 

E quindi si fa avanti Erdogan. Che, però, non fa mai nulla gratis. Ed ecco che il povero Haniyeh paga. Dichiarando una disponibilità, puramente teorica, a ritornare sotto l’Autorità Palestinese.

 

Nulla di concreto, certo. La crisi di Gaza, il problema palestinese restano invariati. E di difficile soluzione.

Ma la vecchia volpe di Ankara porta a casa un grande risultato di immagine. Si candida ad unificare sotto la sua guida il mondo arabo sunnita. In nome della Palestina. Contemporaneamente non arrivando ad una, esplicita, rottura con Tel Aviv. Con cui, sotto traccia, intrattiene eccellenti rapporti commerciali. Anche nel settore degli armamenti.

 

E resta nella NATO. Pur facendo l’occhiolino a Putin. E mantenendo buone relazioni con la storica rivale Tehran.

 

Diplomazia spregiudicata e avventurosa? Certo. Ma forse i, cosiddetti, leader europei dovrebbero andare a lezione da lui. Dal Sultano. Che è ancora tale. E che non intende lasciare la Sublime Porta.

 

 

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