È ripresa l’attività nelle città italiane e, con un leggero anticipo, sono riprese le truffe sui social. Il trasporto pubblico torinese offre l’abbonamento annuale a 2 euro, una nota marca di abbigliamento mette in vendita zaini prestigiosi a poco più di 1 euro, una catena di negozi sportivi propone una bicicletta a 2 euro.
Tutto semplicemente assurdo, però i pacchetti sono confezionati abbastanza bene. La truffa della metropolitana subalpina, ad esempio, è accompagnata da immagini della tessera di abbonamento annuale che sarebbe stata acquistata con due euro. E, perfidamente, un finto utente interviene per suggerire che, con una richiesta di soli due euro, val la pena rischiare e di seguire le indicazioni. Fornendo ai truffatori tutte le informazioni utili per svuotare il conto. Un unico grande errore: pur in una società multietnica, non è particolarmente convincente far commentare favorevolmente il tentativo di truffa da finti utenti con cognomi palesemente esotici. La prossima volta potrebbero almeno cambiare i cognomi con i più subalpini Pautasso, Ferrero, Ferrua..
Ma vale anche per le altre truffe. Tanta fatica per renderle quasi credibili, almeno a chi abbia un QI non particolarmente elevato, e poi si scivola sui cognomi statunitensi, cinesi, africani. Troppa sciatteria.
Ovviamente la società dei trasporti torinesi ha subito reagito spiegando che si tratta di una truffa. E altrettanto hanno fatto le altre società coinvolte. Eppure la censura di Facebook, così pronta a cancellare ciò che non è politicamente corretto, non è stata altrettanto attenta nell’eliminare le truffe. Strano. O forse le truffe sono giuste e progressiste?

