Ormai può essere definito “Effetto Berizzi”. È quello che ha portato il quotidiano La Repubblica a perdere, a fine anno, decine di migliaia di lettori. Un effetto che contagia anche La Busiarda (La Stampa), l’altro ex grosso quotidiano del gruppo Gedi che fa capo agli Elkann. Ma i direttori, con estrema coerenza, se ne fregano e proseguono per la propria strada.
Una strada che, a livello internazionale, è quella di Molinari, ossia al servizio di Washington e Tel Aviv. Mentre, sul fronte interno, è appunto quella di Berizzi e della sua guerra contro l’Ur Fascismo. Un’ossessione, più che una guerra. Per lui il pericolo nero è sempre in agguato. Con le braccia tese per salutare 3 ragazzi assassinati e privi di giustizia. O camuffato in mille modi nella vita di tutti i giorni. Ma lui vigilia, si indigna e denuncia.
E, da bravo maestrino o questurino, ha creato una squadra di fans e imitatori collocati in ogni redazione locale del quotidiano. E poco importa se la precisione lascia un po’ a desiderare. Se il simil Berizzi che segue lo sport a Roma si indigna perché i tifosi intonano un canto ungherese degli Anni 50 in cui si incita a nascondere una pistola tra i libri quando, in realtà, si tratta di una canzone italiana di Pingitore, composta nel 1966 nel decennale della rivolta ungherese contro i carri armati sovietici. Bisognerebbe conoscere un briciolo di storia, ma il berizzismo esige la reazione immediata ed automatica, mica un inutile approfondimento storico, musicale, culturale.
È andata meglio con il berizzismo nel Nord Est, con l’indignazione per gli oggetti messi in vendita in un’area di servizio vicino a Pordenone. Busti del Duce, felpe, portachiavi, posacenere. Tutti con chiari riferimenti al passato regime. Ma ad indignare vieppiù il neoberizzi è che il venditore non è un reduce della Repubblica Sociale, il figlio di un reduce della Decima Mas, il nipote di un soldato delle Brigate Nere. Macchè. È un immigrato albanese. Mon Dieu! L’Italia democratica lo accoglie e lui, invece di vendere i santini con Mattarella e le felpe con Napolitano, spaccia i poster con Mussolini. Invece di stampare e vendere i discorsi di fine anno del presidente, o i ritratti di John Elkann mentre litiga con la madre per le note questioni ereditarie, vende gadget con fasci e frasi roboanti.
E come si giustifica, l’ingrato? Spiegando che la sua è un’attività commerciale. E che le richieste continuano ad aumentare. Quasi a far credere che in Italia non esista un folto pubblico alla disperata ricerca di poster di Mattarella da appendere sopra il letto dei bambini. O che non ci siano milioni di italiani pronti a pagare qualsiasi cifra per una felpa con Molinari. O direttamente con il volto di Berizzi.
Urge un intervento duro dall’armocromata Elly per ridisegnare le felpe, con l’immancabile applauso antifa dei Crosetto zio e nipote.
L’effetto Berizzi affonda Repubblica
Ormai può essere definito “Effetto Berizzi”. È quello che ha portato il quotidiano La Repubblica a perdere, a fine anno, decine di migliaia di lettori. Un effetto che contagia anche La Busiarda (La Stampa), l’altro ex grosso quotidiano del gruppo Gedi che fa capo agli Elkann. Ma i direttori, con estrema coerenza, se ne fregano e proseguono per la propria strada.
Una strada che, a livello internazionale, è quella di Molinari, ossia al servizio di Washington e Tel Aviv. Mentre, sul fronte interno, è appunto quella di Berizzi e della sua guerra contro l’Ur Fascismo. Un’ossessione, più che una guerra. Per lui il pericolo nero è sempre in agguato. Con le braccia tese per salutare 3 ragazzi assassinati e privi di giustizia. O camuffato in mille modi nella vita di tutti i giorni. Ma lui vigilia, si indigna e denuncia.
E, da bravo maestrino o questurino, ha creato una squadra di fans e imitatori collocati in ogni redazione locale del quotidiano. E poco importa se la precisione lascia un po’ a desiderare. Se il simil Berizzi che segue lo sport a Roma si indigna perché i tifosi intonano un canto ungherese degli Anni 50 in cui si incita a nascondere una pistola tra i libri quando, in realtà, si tratta di una canzone italiana di Pingitore, composta nel 1966 nel decennale della rivolta ungherese contro i carri armati sovietici. Bisognerebbe conoscere un briciolo di storia, ma il berizzismo esige la reazione immediata ed automatica, mica un inutile approfondimento storico, musicale, culturale.
È andata meglio con il berizzismo nel Nord Est, con l’indignazione per gli oggetti messi in vendita in un’area di servizio vicino a Pordenone. Busti del Duce, felpe, portachiavi, posacenere. Tutti con chiari riferimenti al passato regime. Ma ad indignare vieppiù il neoberizzi è che il venditore non è un reduce della Repubblica Sociale, il figlio di un reduce della Decima Mas, il nipote di un soldato delle Brigate Nere. Macchè. È un immigrato albanese. Mon Dieu! L’Italia democratica lo accoglie e lui, invece di vendere i santini con Mattarella e le felpe con Napolitano, spaccia i poster con Mussolini. Invece di stampare e vendere i discorsi di fine anno del presidente, o i ritratti di John Elkann mentre litiga con la madre per le note questioni ereditarie, vende gadget con fasci e frasi roboanti.
E come si giustifica, l’ingrato? Spiegando che la sua è un’attività commerciale. E che le richieste continuano ad aumentare. Quasi a far credere che in Italia non esista un folto pubblico alla disperata ricerca di poster di Mattarella da appendere sopra il letto dei bambini. O che non ci siano milioni di italiani pronti a pagare qualsiasi cifra per una felpa con Molinari. O direttamente con il volto di Berizzi.
Urge un intervento duro dall’armocromata Elly per ridisegnare le felpe, con l’immancabile applauso antifa dei Crosetto zio e nipote.
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