Hadi Nasrallah, il leader di Hezbollah, ha dichiarato che se Tehran “troverà le prove” di una mano israeliana dietro alla morte di Raisi questo “comporterà un drammatico cambiamento geopolitico, tale da incendiare tutta la regione”. Ed ha concluso il suo tweet con “Israele sta trascinando il mondo verso la Terza Guerra Mondiale”.
Non credo che questa dichiarazione vada sottovalutata, liquidandola come espressione di un estremismo libanese. Hezbollah è legata a triplo filo con ben precisi ambienti di Tehran, e spesso funge da megafono di opinioni che non possono venire espresse ufficialmente. Ma che circolano, soprattutto nel mondo dei Pasdaran. E tra i loro vertici.
Certo, la posizione ufficiale sulla morte del Presidente Raisi è che si sia trattato di un incidente. Posizione, potremmo dire, avvalorata dalla stessa Guida Suprema, Alì Khamenei. Che non vuole, assolutamente, lo scontro frontale con Israele. E, di conseguenza, con Washington.
La verità? Nessuno, probabilmente, la conosce. Né, sicuramente, mai emergerà come certa. In questo momento tute le ipotesi restano lecite. E, al contempo, inutili. L’unica cosa che conta veramente è la versione ufficiale di Tehran.
Però la dichiarazione di Nasrallah dovrebbe indurre a riflettere. Il fatto che Tehran voglia escludere uno scontro diretto con Telaviv, non significa che la scomparsa di Raisi non comporti una nuova stagione di guerra asimmetrica e/o per procura.
Molto dipenderà da come andranno le, ormai imminenti, elezioni per la successione alla Presidenza della Repubblica Islamica. Che, secondo Costituzione, dovranno tenersi entro cinquanta giorni.
Se dovesse affermarsi la linea che era di Rohani, ovvero di cercare di rilassare le relazioni internazionali allo scopo di favorire lo sviluppo economico, la tensione comincerà a scendere.
È, però, assai probabile che avvenga il contrario. E che, anzi, prendano più forza coloro, Pasdaran e Basiji in testa, che intendono spingere lo scontro con l’Occidente Collettivo – del quale Israele è considerata la longa manus – ben oltre i confini di quello che aveva fatto in questi anni Raisi.
Che era sì un conservatore religioso e un khomeinista della prima ora. Ma non rappresentava l’ala più radicale della Rivoluzione Islamica. E per questo era stato scelto da Khamenei. Per assolvere al compito di rompere l’isolamento internazionale di Tehran, senza dover abdicare in alcun modo al controllo, ferreo, del paese.
Compito, va detto, che il defunto Presidente ha assolto in modo egregio. Reprimendo duramente ogni opposizione interna, sospetta di “influenze straniere”. Ma contemporaneamente tessendo una fitta rete di relazioni internazionali. Come si può constatare proprio in queste ore, con le reazioni alla sua morte. E il cordoglio di Russia, Cina, Filippine, India, Turchia. E persino di storici rivali come i sauditi.
Raisi lascia una Mezzaluna Sciita – Iran, Libano, Yemen, Iraq – più forte e coesa che mai. In un contesto di relazioni economiche con i Paesi dell’area BRICS sempre più vivaci e fruttifere. E tali da rompere l’isolamento in cui l’Iran era precipitato dopo le sanzioni.
Inoltre, anche sotto il punto di vista strettamente strategico, Tehran non è più isolata, potendo contare su un rapporto strettissimo con la Russia – “grazie” alla guerra in Ucraina – e con la Cina. E con uno, in rapido divenire, con l’India.
Un bilancio che, al di là di quello che si può pensare sulla figura, discussa e discutibile, del defunto Presidente, è decisamente molto positivo.


