Sentire un, neoeletto, Presidente di una Repubblica, e di una repubblica grande come l’Argentina, definire lo Stato “il Nemico”, e dire che non è altro che una accozzaglia di corrotti che vivono alle spese dei cittadini, e ne rubano e sprecano le ricchezze, è, certo, cosa che può lasciare perplessi. Addirittura esterefatti.
Perché un Presidente della Repubblica dovrebbe essere, nell’accezione comune, il massimo rappresentante dello Stato stesso. Il suo garante. L’istituzione più alta di un sistema.
Eppure, se scevriamo la sostanza delle affermazioni dalla personalità (per così dire) pirotecnica del Presidente Milei, dobbiamo riconoscere che il suo discorso non è privo di sostanza.
Una sostanza che ha radici ideologiche profonde. E motivazioni, o meglio fondamenti culturali dei quali lo stesso Milei, probabilmente, non è completamente cosciente. Pur facendosene, a suo modo, il megafono amplificatore.
Cos’è, dunque, lo Stato? Perché tutto il problema, alla fine fine, sta in questo.
Una creazione propria della modernità. Per organizzare la società e le relazioni fra individui e gruppi in un ambiente sempre più complesso. E, soprattutto, desacralizzato. Perché tanto la Res Publica romana che la Pòlis greca, quanto, ancor più, le monarchie e le città medioevali non erano Stato. Non nel senso nostro del termine.
Perché la loro radice prima era, comunque, comunitaria e sacrale. Religiosa, nel senso etimologico della parola.
Ai legami sacrali e comunitari, lo Stato Barocco comincia con il sostituire la burocrazia. Il cui strapotere venne solo in parte mitigato dall’idea di Nazione sorta col Romanticismo. Leggete “Genesi e struttura della società” di Giovanni Gentile. È quanto di più lucido sia mai stato scritto sull’argomento.
E proprio Gentile sottolinea la contraddizione insita nel pensiero liberale. Lui, che liberale era di formazione. Contraddizione esplosa con la crisi dello Stato moderno, iniziata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. E divenuta irrefrenabile dopo il crollo del Muro di Berlino. E la, cosiddetta, globalizzazione.
Di qui le teorie iper-liberiste e, infine, quell’anarco-liberismo che individua nello Stato il nemico. Da distruggere. O per lo meno, da ridurre ai minimi termini.
Le idee cui si richiama, pur confusamente, Javier Milei.
Tuttavia vige, pur sempre, una contraddizione.
I nemici liberali dello Stato affermano il diritto degli individui ad essere liberi nel loro agire. Ma non concepiscono – impossibilità insita nello stesso pensiero liberale – alcuna forma di organizzazione che permetta ciò e, al contempo, stabilisca dei principi di equità e giustizia.
In sostanza vogliono distruggere gli stati e le loro strutture burocratiche – che Milei definisce “criminali”, e che, certo, non sono cosa buona – ma così facendo favoriscono l’ascesa di oligarchie economiche. Ancora più criminali e pericolose.
Oligarchie che negano, a priori, qualsiasi identità, e pretendono di imporre i loro, personali, stili di vita. In forza del potere economico. E senza tenere alcun conto di storie, tradizioni, culture. Arrivando all’estremo, come oggi accade, di negare la stessa Natura, se questa non corrisponde ai loro desideri e predilezioni.
È un dilemma cornuto. Oserei dire diabolico. Da un lato i, residuali, cascami di uno Stato burocratico, ormai totalmente parassitari ed inutili, nella migliore delle ipotesi. Dall’altro… Davos. E la sua folle, innaturale, anti-umana utopia.
L’anarco- liberismo, di cui Milei si fa alfiere, concepisce l’individuo come una monade isolata. Privo di legami e, contemporaneamente, di radici. E di ogni etica.
È il vestibolo della totale anarchia. Il caos. Che, nel pensiero classico, da Aristotele a Machiavelli, viene vista come il peggiore dei mali..
Nessun governo è peggio del peggiore dei governi.


