Tre grandi civiltà hanno alimentato l’anima del Mediterraneo, tre civiltà che si sono succedute nell’arco di millenni e da cui proviene il DNA dell’Europa.
In Egitto è maturata la promessa della felicità immortale per le anime dei giusti e l’ipotesi monoteista mediterranea.
Greci sono i fondamentali della scuola del pensiero occidentale e la convinzione di una scontata primazia occidentale in tutti i campi.
Romano è il modello di gestione del potere che ha prevalso a livello mondiale.
Né la filosofia, l’arte, né la scienza furono inventate da Roma, essa seppe rielaborare in modo autonomo e soprattutto rendere produttivi i concetti teorici a disposizione, non inventò nemmeno delle forme politiche: monarchia e repubblica, aristocrazia e democrazia, liberalismo e dispotismo erano già stati sperimentati.
La perfezione fu raggiunta nell’organizzazione della violenza e nell’imposizione del potere, del suo imperio inteso come “pacique imponere morem” (Eneide, VI, 851-853) , missione che l’Occidente continua a sentire come sua.
Queste civiltà si affacciarono al Mediterraneo che per millenni è stato il baricentro del mondo antico e che mantenne la sua centralità fino alla frattura islamica, quando divenne frontiera e si tracciarono i confini geografici dell’Europa, da allora spostati definitivamente sulla terraferma.
La connotazione occidentale in termini di civiltà compiuta si affermerà nel XIII° secolo, con la resa dei conti violenta tra due ipotesi allora possibili e tra loro alternative; una, quella attuale, che proveniva per discendenza diretta dall’impero romano, l’altra, quella occitana, che affondava le sue radici in un passato antecedente ad esso e in eredità culturali greche, mesopotamiche, nordiche, persiane; fu l’ultimo ponte lanciato verso un passato antecedente all’impero romano.
Una ipotesi di civiltà, quest’ultima, che, a parte la continuità linguistica data dalla Lingua D’Oc, si colloca quasi completamente al di fuori della tradizione romana e che alla fine del primo millennio compare già articolata, compiuta e radicata nella società delle regioni che ora si collocano al centro dell’Arco Latino, questa è l’area d’influenza di una cultura che si affaccia in Italia con le valli occitane del Piemonte.
La civiltà d’Oc fin dall’inizio si presentò come ipotesi alternativa a quella che poi ha prevalso, essa era l’ultimo ponte che idealmente univa un passato antico che si era affacciato al Mediterraneo, un passato che Roma aveva annichilito, ma questa ipotesi è stata stroncata sul nascere.
Allora non c’è stata, non si è cercata e forse non era comunque percorribile una alternativa allo scontro armato; poteva esserci una alternativa per due ipotesi che differivano radicalmente sui piani essenziali fondanti e caratterizzanti una civiltà?
Differenti erano la struttura di potere, l’ipotesi religiosa, il modo di intendere la ricerca della felicità, la scala dei valori etici, ce n’era a sufficienza per confliggere e conflitto fu.
Per l’area occitana altra era l’organizzazione della struttura di potere, basata sul concetto di Paratge, inteso come pari dignità nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità.
Altro modo di intendere la libertà di pensiero, intesa come ricerca di confronto tra idee diverse tra loro, confronto libero, aperto e dialettico, lasciando che ipotesi alternative circolassero liberamente e liberamente evolvessero.
Altra ipotesi religiosa, non il monoteismo mediterraneo, ma un dualismo che riporta alla Persia come riferimento culturale; il catarismo si appoggiava e in qualche misura attingeva sia alla lettura religiosa persiana che al pensiero platonico, alle dottrine dei Misteri greci.
Altro modo di affrontare la vita, caratterizzato dalla ricerca di una felicità da ottenere anche qui, subito e in questo mondo, l’idea della “Jòi” che riporta e si lega al pensiero di Epicuro e non alla visione della vita che sarà poi imposta dalla ortodossia cristiana, che promette ai giusti la felicità certa in un altro mondo.
Altra l’impostazione dell’etica personale e di quella sociale, nella Canso il Conte Raimondo, nel prendere decisioni, consulta sempre “li cavalier el borgez e la cuminaltaz” di Tolosa e il concetto di “Pretz”, richiama alla mente un modo orientale di intendere il mettersi al servizio del proprio Signore e della società, atteggiamento in qualche misura riconducibile al “Bushido”, lo stile di vita del samurai, codificato nel XVI° secolo.
La grande differenza, l’insormontabile e inaccettabile ostacolo era però la libertà che caratterizzava la circolazione delle idee, libertà che è stata da allora motivo di apprensione e ansia per il potere, sia civile che religioso, per la sua innegabile valenza destabilizzatrice che si è sempre cercato di normalizzare.
Questo modo di intendere la libertà era la vera debolezza strutturale di quella civiltà, “Le idee non vi si scontravano, esse circolavano liberamente in un ambiente in certo qual modo continuo. È questa l’atmosfera propizia all’intelligenza; le idee non sono fatte per lottare” (Simone Weil, La Génie d’OC et l’home Méditerranéen, Cahiers du Sud, 1943).
Nel mondo occitano il confronto dialettico era libero, si alimentava di un contesto destrutturato, in cui tutti i rapporti facevano riferimento a modelli organizzativi non gerarchici, modelli che ora chiameremmo di tipo reticolare.
Questa civiltà non elaborò mai il concetto di lotta come necessità essenziale per la sopravvivenza, non pensò mai a organizzare la violenza come uno dei tasselli indispensabili alla società e non seppe perciò confrontarsi con la violenza che arrivò dall’esterno e ne fu cancellata.
“Quali frutti ha portato una civiltà tanto ricca di elementi diversi? E quali avrebbe potuto portarne? L’ignoriamo; l’albero è stato tagliato.”.
La Canso de la Crozada è forse la testimonianza più efficace e viva di questa ipotesi di civiltà che è stata allora uccisa con la Crociata Albigese, scontro inevitabile a una lettura attuale della storia.
Per ogni conflitto c’è un “casus belli” e qui esso è stato trovato nella lotta contro l’eresia, eresia di cui però non si trova quasi traccia nella lettura della “Canso”, il titolo dell’opera parla sì di Crociata, ma di guerra di religione non rimane traccia nell’opera, essa è stata guerra di affermazione di un potere che si è imposto allora in Europa e ora si sta affermando nel mondo intero.
Il Conte di Tolosa difendeva in modo convinto sia “lo Crestianesme” che “lo lenguatge” e non menziona mai l’eresia catara. Per le parole occitane “Joi, Pretz e Paratge” oggi non ci sono le equivalenti che identifichino insiemi di valori sovrapponibili nelle lingue romanze moderne.
La lingua è strumento per comunicare, ma occorre avere coscienza compiuta, matura e comune di un valore perché si formi e sia reperibile a livello di linguaggio la parola che ne rappresenta il significato; non manca la traduzione ora, manca innanzi tutto la coscienza del significato, non si possono comunicare informazioni su valori sconosciuti.
Per Joi, Pretz e Paratge rimane una traccia residuale, ma allora questi valori facevano dei cattolici e dei catari del sud della Francia un unico popolo uniti dal “lenguatge”, dalla lingua intesa come insieme di valori in cui riconoscersi, questo era il fondamento di una identità riconosciuta e condivisa e per la quale decine di migliaia di persone persero la vita.
Un passo struggente della Canso riassume quello spirito, è quello in cui Guis de Cavalho lasciando Avignone a cavallo col Comte Jove, gli dice “…Qu’en aisi es Paratge tornatz de sus en jos; que si per vos no’s leva per totz tems es rescos. E si Pretz e Paratge no’s restaura per vos, donc es lo mortz Paratges e totz lo mons en vos” , “così Paratge è stato abbattuto e se non si risolleva con voi scomparirà per sempre. Se non restaurate voi Pretz e Paratge essi e il mondo intero moriranno con voi” (Canso de la Crozada, lassa 154 vv12-14) .
La risposta del Compte Jove è nobile e coraggiosa: “…es tant grand mos dreitz e la mia razos que s’ieu ai enemics ni mal ni orgulhos, si degus m’es laupard, eu li seré leos!” , “…il mio diritto e le mie ragioni sono cosi grandi che, anche se ho nemici crudeli e orgogliosi, io sarò leone nei confronti di chi mi si fa leopardo” (Canso de la Crozada, lassa 154, vv 25-27) .
Parole nobili, ma un mondo che si caratterizzava per la libertà di pensiero, dove le idee circolavano confrontandosi e non scontrandosi, non poteva essere attrezzato a resistere a un apparato di gestione del potere basato sulla violenza come affermazione della ragione e alla violenza dovette soccombere.
L’attuale Europa discende per via diretta dai vincitori di allora e come allora l’occidente eccelle nell’organizzazione della violenza, questa propensione è eredità che ci arriva dell’impero romano, i vincitori di allora erano i custodi di questa ipotesi, di quella strutturazione della società.
Sempre attuali i versi di Virgilio “…tu regere imperio populos, Romane, memento (hae tibi erunt artes), pacique imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos” (Eneide, VI, 851-853), “Ricorda o Romano, di dominare sovranamente i popoli; queste saranno le tue arti, stabilire norme alla pace, risparmiare i sottomessi e debellare coloro che ti si oppongono”
Ma rimane traccia di una alternativa allora possibile, quella civiltà ci ha lasciato una eredità stupenda, una eredità che non poteva soccombere alla violenza perché sfugge e sfuggirà sempre ai fendenti: è l’attuale concezione dell’amore, la crociata non ha potuto cancellarla, e ora appartiene all’umanità.
Nel Simposio Platone ci espone l’essenza dell’amore “…l’Amore non fa né subisce ingiustizia alcuna, né tra gli dei, né tra gli uomini. Egli invero, benché soffra, non soffre a causa della forza, difatti la forza non può afferrare l’Amore e quando egli agisce, non agisce di forza…”.
L’Amor Cortese, il “fin amor”, dà continuità all’idea dell’amore platonico, oggi non possiamo pensare in modo disgiunto le due forme d’amore, un ponte ideale unisce le due visioni.
La poesia dei trovatori ha dato voce al “fin amor”, questo canto accompagna ora la civiltà occidentale.
In un canto d’amore, “Se Chanta”, si riconoscono oggi i parlanti la lingua d’Oc e Denis De Rougemont, col suo libro “L’amore e l’occidente”, ci racconta come la lirica cortese e l’amore derivi dall’eresia catara.





