Putin. Vladimir Putin. Lo Zar. Il tiranno. Il despota che governa, da autocrate, la Russia.
Un nemico della democrazia. Una minaccia per la pace. E, soprattutto, per noi. Pacifici e buoni occidentali, europei.
Questa l’immagine diffusa, in modo più o meno rozzo, dai nostri grandi Media. Tanto diffusa che sembra, ormai, quasi inutile parlarne. Per non dire osare fare il contro canto.
E non si tratta, badate bene, di simpatizzare per lo Zar. O, addirittura, di essere un filo-russo, prezzolato, uno che lavora per il nemico…come certa vulgata mediatica tende a bollare chiunque osi un dissenso.
Piuttosto, di cercare un minimo di lucidità, e oggettività, tra tanta nebbia artificiale che viene, artatamente, sollevata.
Dunque, Putin. Non è un tiranno, né un despota assoluto. Piuttosto il capo, o leader che dir si voglia, di una complessa coalizione. Che, in parte, ha contribuito a portarlo al potere. E in parte è stata da lui costruita e aggregata nel tempo.
Non va dimenticato che Putin emerse sul finire della stagione, folle e dissolutrice, di Eltsin. Che piaceva tanto a certi occidentali solo perché faceva pensare che la Russia fosse, ormai, un cadavere che cammina. Destinata a un costante declino e, probabilmente, alla dissoluzione. Riducendosi ad uno staterello ininfluente sugli equilibri internazionali. Una sorta di, piccolo e periferico, principato della Moscova.
Vlad si mosse inizialmente con estrema cautela. Cercando di mediare con Eltsin e i grandi speculatori, i famigerati Oligarchi, che erano dietro a questi.
Riprese, però, a poco a poco il controllo di quanto restava della Russia. Utilizzando, anche, il pugno di ferro, come nei confronti di Ceceni, daghestani e ingusci.
Fuori gioco, ormai, l’alcolizzato Eltsin, Putin cominciò a colpire, con crescente durezza, gli oligarchi. Ovvero quei signori che erano, a suo tempo, dirigenti industriali del fatiscente sistema sovietico. E si erano, poi, semplicemente impossessati delle industrie, approfittando del vuoto di potere.
Un po’ alla volta, cominciò ad eliminarli. Va detto, anche fisicamente in alcuni casi. E costringendo gli altri o ad allinearsi o all’esilio in Gran Bretagna. Dove avevano, e continuano ad avere, appoggi ed importanti amicizie.
Un lavoro sporco, certo. Ma, nelle Russie, vi era una terribile crisi. La gente comune moriva di freddo e di fame per le strade. E gli oligarchi approfittavano di tutto questo, anzi accentuavano la crisi per i loro interessi.
Comunque, Putin è riuscito, un po’ alla volta, a risanare la situazione. A rimettere in piedi il paese. A ridare una vita dignitosa alla maggioranza dei cittadini russi. Non è poco, se ci pensate. E, in fondo, giustifica il ricorso a mezzi duri. Spesso molto duri. Ma, come mi disse un amico russo, da sempre dissidente nel finire del periodo sovietico, l’alternativa era la gente che moriva di fame per le strade di Mosca e Pietroburgo…
Certo, quella russa può apparirci come una “strana” democrazia. Tuttavia vi ricordo una semplice cosa. In Russia non vi sono state restrizioni per il, cosiddetto, COVID, non segregazioni nelle case, non sospensione di ogni libertà. Come, invece, è accaduto da noi.
E questo dovrebbe farci riflettere sulla nostra idea di democrazia…non vi pare?
Comunque, Putin ha, con una forte autorità personale, messo insieme tutti quei settori della vita e della politica che volevano risollevare la Russia. Dai più moderati e filo-occidentali come Lavrov e Medvedev, a quelli che, invece, puntavano ad uno scontro con il nemico storico. Ovvero Stati Uniti e alleati.
E l’abilità dello Zar è stata proprio il tenere insieme una coalizione così composita. Giocando soprattutto un ruolo di mediazione fra le diverse istanze.
Tradotto: Putin non è un nuovo Stalin. Piuttosto un, abilissimo, politico, capace di destreggiarsi in quel ginepraio pericoloso che sono, da sempre, i vertici della società russa.
Va anche ricordato che Putin è, di nascita e formazione, un sanpietroburghese. Ovvero un russo europeo. Attratto, per cultura, dal mondo occidentale. Da quell’Europa nella quale avrebbe voluto portare la Russia.
Gli è stato, però, impedito. Dalla volontà di Washington e, al tempo stesso, dalla ottusità delle, cosiddette, élite europee. Ed anzi ci si è dati da fare il più possibile per isolare la sua Russia. Cooptando i paesi che ne erano stati, a lungo, vassalli. E che, in base agli accordi fra Reagan e Gorbacev, avrebbero dovuto mantenere uno stato neutrale.
E invece tutto l’Est Europa è stato cooptato nella UE e nella NATO. In spregio ad ogni accordo. Ed anche le tre repubblichette baltiche, che facevano parte dell’URSS.
Poi è venuto il turno dell’Ucraina. Con un colpo di stato, gestito direttamente da Victoria Nuland per conto della Segreteria di Stato americana. La cacciata di Yanukovich, che aveva vinto le elezioni, e l’imposizione di Podorovskij, mai eletto da nessuno. E poi la costruzione artificiale di Zelensky. E la repressione, violenta e per anni, dei russi del Donbass. Cui erano stati tolti tutti i diritti. Anche quello di esistere.
Putin ha cercato, a lungo, una mediazione. Di garantire i russi in Ucraina – circa il 30% della popolazione – attraverso accordi di pace e diplomatici.
Poi si è accorto che Kiev, e soprattutto i suoi padrini occidentali, lo stavano menando per il naso.
E allora non c’è più stato niente da fare. Guerra. Anche se l’idea non gli piaceva affatto.
E la guerra, poi, ha messo sempre più in luce la forza della Russia. Che ha trovato l’appoggio della Cina, della Corea del Nord, dell’Iran…
Ed è diventata un polo alternativo a quello occidentale.
Putin, probabilmente, avrebbe preferito una diversa soluzione.
Ma è un realista. Ed ora sta sfruttando al massimo il momento favorevole.
Che sembra destinato a durare ancora a lungo. A meno che Trump, una volta insediato, non trovi una mediazione. Che, però, sinceramente appare sempre più difficile.



