Magia delle Icone del Possibile in Giovanni Sessa

13 Novembre 2024

 

Giovanni Sessa, Icone del Possibile – Giardino, bosco, montagna, OAKS editrice, Sesto San Giovanni MI, 2023, € 25

 

 

 

 

 

Tra i tanti testi che si possono trovare sulla Natura e sulle innumerevoli interpretazioni che questo termine da millenni genera nei cuori e nelle fantasie degli uomini questo libro è del tutto singolare: da una parte è un profondo studio sull’idea di Natura, o meglio, di quanto i Greci chiamavano physis, e in questa prospettiva riporta le concezioni dei più grandi filosofi e artisti europei, dai presocratici sino ai grandi del Novecento, dall’altra parte è invece una spiegazione evocativa, erudita e pure magica del significato spirituale, occulto e simbolico, di porzioni significative della Natura, appunto il giardino, il bosco e la montagna.

L’autore ci accompagna nella visione dei grandi filosofi del passato e del presente, con prosa attenta alle non semplici distinzioni ma a un tempo capace di svelare i significati profondi, senza inutili complicazioni lessicali ma cercando sempre la parola che unisce logica e “Intelletto d’Amore”, ragione e sentimento, insomma magia.

Si riscopre dunque che la physis greca, che da adesso chiameremo Natura, non è semplicemente quello che i moderni solitamente intendono e che riguarda i mondi minerale, vegetale e animale, bensì è una potenza arcana, divina e vivente di una dynamis eterna, infinita e assolutamente non padroneggiabile né tanto meno controllabile dagli esseri umani.

O meglio, gli uomini in realtà fanno parte, anche loro, di questa possente entità ma con l’eccezione di poter decidere se partecipare attivamente e creativamente oppure solamente subire e tentare, vanamente, di imbrigliare un processo che in fin dei conti è divino, sovrasensibile, arcano, com’è normale nella dimensione del Dio trascendente e degli Dei, che sono anche immanenti (come insegnava Plotino…).

Lo sfondo dunque di questa Weltanschauung è la concezione della Natura dell’uomo tradizionale: «Per l’uomo tradizionale … lo spazio è vivo. La sua esperienza coincide con quella di “etere vitale”, la sostanza-energia, vissuta come luce, fin dalle epoche più antiche dell’umanità e tematizzata soprattutto dal neoplatonismo ellenistico e rinascimentale». Così: «Ogni luogo è diversamente saturo di energia».

Da una tale concezione consegue la realtà-verità della “geografia sacra”, perché giustamente lo spazio non è né equivalente né omogeneo: «Lo spazio sacro è connotato dalla presenza del suo genio. Il genius loci determina l’individualità dei luoghi, il loro essere quel che sono e il loro differenziarsi da tutti gli altri. Li carica, inoltre, di particolari energie che, in alcuni casi, li rende vere e proprie manifestazioni del “Centro”».

All’interno di questa logica prende un significato profondo l’analisi e la storia della concezione del giardino, come prima icona del possibile: qui l’autore, dal giardino dell’Eden sino alle forme moderne e modernissime del giardino in movimento, scrive la storia del pensiero e della letteratura occidentale dove rivivono le suggestioni dei filosofi e degli scrittori che in ogni tempo cercarono uno spazio sacro che li difendesse dall’hybris del mondo moderno, dalle sue inenarrabili contraddizioni e soprattutto dall’incedere onnipotente delle macchine e della ragione materialista.

Chi scrive si sente però molto più attratto dalle altre due forme che l’autore tratta, appunto il bosco e la montagna, anche se il giardino, a partire dai parchi che oramai caratterizzano non solo le ville barocche ma anche le nostre megalopoli, si connette forse con più forza dentro la nostra vita quotidiana.

Il bosco, o meglio la foresta, però evoca con più forza la dimensione libera e misteriosa della Natura, i significati simbolici dell’albero, del bosco e della foresta si moltiplicano in tutte le misteriosofie religiose d’Oriente e d’Occidente, ma la base di questa vivente esperienza del Sacro rimane il fatto che «L’“animazione” degli alberi per l’uomo tradizionale era realtà di fatto. Quando particolari indizi e segni manifestavano, in una creatura vegetale, la presenza di un determinato dio, e non di esseri anonimi, allora quest’“albero veniva isolato, protetto da severi divieti, a volte circondato da una recinzione… è intorno a questo albero, designato da mezzi sovrannaturali, che si lasciava crescere il bosco sacro».

Così ogni principio, che dopo si cristallizza in teologie, simbologie e filosofie varie – ha pienamente ragione Sessa – parte sempre da una effettiva esperienza e percezione della forza primigenia, sovrasensibile della Natura, perciò in una tale prospettiva è l’uomo moderno che tende a diventare cieco e insensibile di fronte alle infinite, possenti manifestazioni della dynamis divina, che non si nasconde affatto nelle foreste, nelle vette dei monti, nelle luminose radure che un tempo furono lo spazio sacro originario per il culto degli Dei, delle Ninfe e di tutti quegli esseri intermedi che popolano invero, ancora oggi, la physis che ci avvolge, che ancora ci abbraccia anche se non ce ne accorgiamo più.

Photo archivio Claudia Grandi

Occorre anche dire che il cristianesimo ha contribuito ad accelerare questa nostra moderna cecità rispetto all’essenza sacra e vivente della Natura con la sua ossessione di cancellare gli antichi Dei da ogni angolo del mondo: «Pan, era rappresentazione quintessenziale del possibile, della germinazione-distruzione degli enti di natura. Il cristianesimo lo trasformò in potenza negativa, nel Satana del sabba stregonico “dotato di corna, con corpo peloso e zampe di capro… fauni, silvani e satiri divennero diavoli inferiori, ‘incubi’, quei demoni che prendono possesso delle donne”. Per questo, soprattutto nei boschi, si correva il rischio di incontrare ancora gli antichi Dei o loro malevoli contraffazioni».

Le foreste restano dunque il regno incontaminato delle fate, degli spiriti degli alberi, degli gnomi mentre nei ruscelli si nascondono le ondine, le ninfe che ti osservano dal fondo delle acque azzurre: tutta la cultura occidentale ha subito il fascino struggente di questa nostalgia per un contatto fisico e psichico che nessuna dottrina teologica cristiana poteva cancellare; così i fratelli Grimm concepirono le foreste come le riserve simboliche di tutte le tradizioni popolari e orali che si proponevano di recuperare, al punto di pubblicare una rivista che si chiamava “Antiche foreste germaniche” (Altdeutsche Wälder) nel 1813.

E il nostro Dino Buzzati nel suo meraviglioso Il segreto del bosco vecchio – amplificato dall’omonimo grandioso film di Ermanno Olmi – giunge a unificare i segreti occulti delle foreste con quelli non meno profondi della montagna: proprio lui che era nato a Belluno, nella provincia delle più belle Dolomiti, egli stesso scalatore di pareti vertiginose e non solo straordinario scrittore, visionario, o meglio, sensibile a percezioni antiche e arcane, ancora una volta magiche.

Così l’ottimo studio di Sessa si conclude con una panoramica sulla simbologia e i significati profondi della montagna, sacra sin dagli albori di ogni civiltà, sede delle divinità più potenti e luminose, sede arcana della generazione della vita e delle acque originarie, culla delle nostre più potenti nostalgie (ancora nel senso di Plotino…), retaggio arcano e silente richiamo alla voce perduta della nostra anima: «In Grecia, la montagna fu sentita quale sede degli Dei superni e delle divinità intermedie: Pan, ninfe, dee delle selve quali Artemide».

In questa prospettiva non potevano mancare note importanti su Daumal, sulle meditazioni delle vette di Evola e su altri amanti moderni della spiritualità dei monti, magari innamorati dell’incontro-scontro, insomma della montagna come prova interiore, come ascesi costante, dove il limite tra la vita e la morte sfuma in una resurrezione interiore.

Ma forse qui ha ragione Evola, che intende piuttosto l’atmosfera e il mondo dell’alta montagna come sede di una possibile rivelazione e non tanto di una prova/scontro con la natura, perché ha senz’altro ragione Renato del Ponte (anche lui come Evola esperto scalatore) quando afferma che nessuno conquista davvero una vetta, bensì è la montagna che in quel giorno ha deciso di concedersi.

La montagna sacra è dunque un dono prezioso e le riflessioni di Messner riportano l’eco delle antiche concezioni dei filosofi-poeti presocratici: «Tali tesi hanno indotto Messner a pensare la natura e lo stesso ambiente montano quali espressioni di un principio, quello della libertà-potenza, che in essi solo vive, un principio pensato dall’alpinista altoatesino in termini panteistici».

Questo bellissimo libro di Sessa fa risuonare dentro di noi antiche voci, struggenti e potenti nostalgie e soprattutto viene a rincuorarci, a consolarci, ricordandoci che la physis, la Natura vivente e divina, è ancora presente e attende solo che i nostri occhi e le nostre anime tornino ad aprirsi a Lei, di contro a tutti i rumori infernali della nostra triste civilizzazione delle macchine.

 

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