Maiali e Carnevali

19 Gennaio 2024

 

 

Oggi, mentre scrivo, è Sant’Antonio. Sant’Antonio Abate, intendo, da non confondersi con Sant’Antonio da Padova. Che, nel nostro Sud viene chiamato Sant’Antonino, proprio per distinguerlo da quello che viene considerato il vero fondatore del Monachesimo Orientale, nel terzo secolo. E venerato da ortodossi, cattolici – e persino luterani – proprio il 17 Gennaio. Data che, per altro, in molti luoghi segna l’inizio del Carnevale.

Una cosa, abbastanza, curiosa. Ché il vecchio Abate fu anacoreta e asceta del deserto. Dedito alla preghiera e all’astinenza. Non certo un personaggio carnascialesco. Però…

 

Però viene comunemente rappresentato con a fianco un maialino. E su di lui vi sono una pluralità di leggende, popolari e non, che lo collegano sia con il maiale, sia con il Diavolo.

 

Perché il nostro Antonio ha spesso avuto a che fare con il Diavolo. Anzi con i diavoli al plurale. Rossi e neri. Perché anche loro, i diavoli, mica sono tutti uguali. E basta ricordare la Commedia, cantica prima, l’Inferno, per rendersene conto. Se poi avete letto anche “Il Diavolo” di Papini, beh sapete tutto quanto serva sul tema.

 

Comunque, Antonio avrebbe combattuto spesso con schiere di diavoli. Che talvolta addirittura lo picchiavano e tentavano di ucciderlo. Ma il nostro era di fibra tosta… d’altronde la vita dell’anacoreta del deserto era roba da duri… mica da pretonzoli di sacrestia.

 

Il rischio maggiore, però, secondo i suoi biografi, fu quando un diavolo gli si presentò in veste di pulcherrima Donzella. E allora fu dura davvero… tant’è che si parla di “tentazioni di Sant’Antonio” e di prove del fuoco (di qui il suo ruolo di taumaturgo degli eczemi e dell’erpes) proprio per aver saputo attraversare, tra mille tormenti, le prove del… desiderio della carne.

Per inciso, E.T.Hoffman trasse spunto dalla leggenda sul santo per scrivere il suo “Gli elisir del diavolo”. Un capolavoro del Romanticismo più cupo e tormentato.

E il maiale che c’entra? si chiederà qualcuno.

Beh, una tradizione popolare voleva che Antonio fosse sceso all’Inferno per salvare un’anima. E che, per portare scompiglio tra i diavoli, e distrarli, avesse sguinzagliato tra le bolge un maialino vivacissimo. Chi volesse saperne di più, può andare a leggere “Calendario” di Cattabiani.

 

Comunque, nella tradizione europea, il maiale ha a che fare con gli Inferi. Ad esempio, nel Mabinogion – i miti del Galles – il Re dell’Annawn, gli inferi, ringrazia l’eroe Pwyll per il suo coraggio e la sua lealtà, donando agli uomini i maiali.

 

Una tradizione, per inciso, segnatamente diversa da quella del mondo semitico. Dove il maiale è animale impuro per eccellenza. E quindi diabolico. Ma ebrei ed arabi, come poi le popolazioni turcofone convertite all’Islam, erano nomadi. E i nomadi non allevano maiali.

 

Gli europei, italici, celti, germani… praticavano l’agricoltura. E il maiale, per loro era (e resta ancora) un elemento fondamentale dell’economia. Tant’è che, ancora oggi, nel Veneto e in Lombardia si dice “bon come un porzel”. Ed è un grande complimento. Perché del maiale non si butta via niente.

 

E quindi niente di strano che Sant’Antonio, l’austero anacoreta, apra anche il Carnevale. Che austero proprio non è. E durante il quale si mangia di grasso. E cosa c’è di più grasso, e quindi carnascialesco, del maiale? Almeno dei maiali di una volta, che adesso con questa storia dei “magrelli”…

E, poi, mi sorge, inevitabilmente un dubbio. Che questo Antonio, padre delle Chiese d’Oriente, in Europa sia stato usato come… paravento.

Ovvero per cristianizzare antiche tradizioni “pagane”. E che, quindi, celi nella sua ombra un qualche, antichissimo, Dio degli Inferi. Un Dio ctonio.

 

Questo spiegherebbe tante cose. I falò nella notte del 17 Gennaio. Il Maialino che sempre lo accompagna. La benedizione degli animali e delle stalle, vero e proprio rito di purificazione… e il fatto che, in questa notte, gli animali domestici, nelle stalle e belle case, parlino.

Anche se si dice sia meglio non sentire ciò che dicono… porta sfortuna… o, forse, potrebbero riservarci brutte sorprese.

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