Va bene che l’Italia ha il record di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Ma scorrendo l’interminabile elenco delle figure professionali teoricamente mancanti in Italia, qualche dubbio viene. Perché le varie associazioni imprenditoriali sostengono di avere crescenti difficoltà a trovare operai specializzati e farmacisti, carpentieri e informatici, tecnici di qualsiasi settore ed ingegneri, infermieri ed idraulici, elettricisti e muratori, programmatori e camerieri.
Pare, dunque, che quasi tutti i giovani italiani si siano iscritti al liceo classico o all’artistico, per proseguire poi gli studi in filologia romanza o nella storia del teatro. Ed è un peccato che i dati ufficiali smentiscano questa ricostruzione che farebbe tanto comodo.
Tanto per cominciare un quinto dei giovani italiani non ha un diploma. Possibile che costoro sopravvivano senza lavorare? Senza andare a ricoprire una delle tante attività proposte e per le quali non servono titoli di studio? Ma la menzogna più evidente riguarda gli osannati istituti tecnici e professionali. Quelli che non sfornano un numero sufficiente di giovani così richiesti dalle aziende. Eppure, due anni dopo la fine degli studi, solo il 50% di chi ha frequentato gli istituti tecnici ha un contratto di lavoro e si arriva al 60% per chi esce dai professionali.
Quanto al settore della ristorazione, è sufficiente notare il boom degli istituti alberghieri e degli infiniti corsi professionali pubblici e privati per rendersi conto che i giovani preparati e da inserire non mancano. Lo stesso vale per le professioni sanitarie.
Però, misteriosamente, tutti spariscono. Mancano i medici negli ospedali, i camerieri nei ristoranti, le commesse nei negozi, i muratori in edilizia, gli operai specializzati in fabbrica, persino i farmacisti e gli ingegneri. A nessuno che venga il dubbio che le proposte di lavoro non siano particolarmente accattivanti? Che le retribuzioni non siano adeguate al costo della vita? Che le mansioni proposte non siano il massimo della vita e che la gestione dei dipendenti non sia entusiasmante?
Strano che il lavoro povero non attiri più di tanto. Che la prospettiva di non potersi creare una famiglia, di non potersi permettere una vacanza, di dover pagare un mutuo per concedersi un alloggio di 25 metri non siano incentivi sufficienti per accorrere in massa quanto l’imprenditore mette a disposizione un posto di lavoro. Strano davvero.
Ma forse i giovani sono tutti impegnati a cercare un’opportunità da cantante o ballerino da Amici; a fare le comparse in un film per la TV sognando di diventare attori; a seguire corsi per diventare influencer al posto dei Ferragnez. O forse, semplicemente, non amano farsi prendere in giro per 7/800 euro al mese lavorando 6 giorni ogni settimana.
Mancano giovani per ogni lavoro. Ma diplomati e laureati ci sono, e senza contratto
Va bene che l’Italia ha il record di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano. Ma scorrendo l’interminabile elenco delle figure professionali teoricamente mancanti in Italia, qualche dubbio viene. Perché le varie associazioni imprenditoriali sostengono di avere crescenti difficoltà a trovare operai specializzati e farmacisti, carpentieri e informatici, tecnici di qualsiasi settore ed ingegneri, infermieri ed idraulici, elettricisti e muratori, programmatori e camerieri.
Pare, dunque, che quasi tutti i giovani italiani si siano iscritti al liceo classico o all’artistico, per proseguire poi gli studi in filologia romanza o nella storia del teatro. Ed è un peccato che i dati ufficiali smentiscano questa ricostruzione che farebbe tanto comodo.
Tanto per cominciare un quinto dei giovani italiani non ha un diploma. Possibile che costoro sopravvivano senza lavorare? Senza andare a ricoprire una delle tante attività proposte e per le quali non servono titoli di studio? Ma la menzogna più evidente riguarda gli osannati istituti tecnici e professionali. Quelli che non sfornano un numero sufficiente di giovani così richiesti dalle aziende. Eppure, due anni dopo la fine degli studi, solo il 50% di chi ha frequentato gli istituti tecnici ha un contratto di lavoro e si arriva al 60% per chi esce dai professionali.
Quanto al settore della ristorazione, è sufficiente notare il boom degli istituti alberghieri e degli infiniti corsi professionali pubblici e privati per rendersi conto che i giovani preparati e da inserire non mancano. Lo stesso vale per le professioni sanitarie.
Però, misteriosamente, tutti spariscono. Mancano i medici negli ospedali, i camerieri nei ristoranti, le commesse nei negozi, i muratori in edilizia, gli operai specializzati in fabbrica, persino i farmacisti e gli ingegneri. A nessuno che venga il dubbio che le proposte di lavoro non siano particolarmente accattivanti? Che le retribuzioni non siano adeguate al costo della vita? Che le mansioni proposte non siano il massimo della vita e che la gestione dei dipendenti non sia entusiasmante?
Strano che il lavoro povero non attiri più di tanto. Che la prospettiva di non potersi creare una famiglia, di non potersi permettere una vacanza, di dover pagare un mutuo per concedersi un alloggio di 25 metri non siano incentivi sufficienti per accorrere in massa quanto l’imprenditore mette a disposizione un posto di lavoro. Strano davvero.
Ma forse i giovani sono tutti impegnati a cercare un’opportunità da cantante o ballerino da Amici; a fare le comparse in un film per la TV sognando di diventare attori; a seguire corsi per diventare influencer al posto dei Ferragnez. O forse, semplicemente, non amano farsi prendere in giro per 7/800 euro al mese lavorando 6 giorni ogni settimana.
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