Ricordando Mary De Rachewiltz. La figlia di Olga Rudge e di Ezra Pound. La vestale, come lei stessa ebbe a definirsi, dell’opera del padre.
Colei che ne conservò l’opera, la pubblicò, non commentandola se non con brevi chiose. Solo per illuminare passaggi e suggestioni, che altrimenti sarebbero andati dispersi in quel vero e proprio oceano di parole, immagini, folgorazioni.
In quello che è stato l’ultimo, colossale, poema del nostro tempo. Rigurgitante, è l’unica espressione che mi sovviene, di vita. Di emozioni e sensazioni. Come pochi riuscirono davvero a comprendere.
Pasolini, nella sua famosa intervista al Poeta, che ne spezzò per un attimo il lungo silenzio.
Il Tempus Tacendi.
Mary non fu, però, solo colei che di tanta tradizione raccolse l’eredità, proteggendola ed editandola.
Era una poetessa anche lei, notevole, nella nostra lingua. L’Italiano, in cui era cresciuta.
E tuttavia l’ombra del Padre era gigantesca. Un padre per molti versi assente. O meglio, presente a suo modo, come dimostrano gli interventi di Pound anche presso l’istituto scolastico ove Mary studiava.
Un padre che era, soprattutto, il Grande Poeta. E come tale venerato da Mary, ancorché per molto tempo da lontano.
E una madre, parimenti, musicista. Totalmente presa da quell’amore assoluto. Che poté, forse, pienamente realizzare, e fare suo, solo alla fine. Sulla tomba del Poeta.
Non valgono criteri di ordinaria umanità per giudicare quelle vite. Sono vite troppo grandi, che, appunto, sfuggono all’ ordinario giudizio umano.
Mary dedicò la sua, lunga e operosa, vita all’opera di Pound. Trascurando la propria, che pure avrebbe meritato molto più di quanto ottenne.
In fondo, il destino dei figli dei grandi poeti. Jacopo degli Alighieri è nome oggi appena noto solo agli specialisti. E del figlio di Goethe nessuno ha più alcuna memoria.
Di Mary, però, resterà memoria. Della sua difesa pervicace dell’opera del padre. Della sua dedizione a quello che, una volta, parlando ebbe a definire come il “suo Dio”.
Aspra di carattere. E non poteva essere altrimenti, ché dovette trascorrere la vita lottando contro l’ottusità di un certo mondo accademico, di una “letteratura” ufficiale asfittica e priva di vita. Che non capiva Pound. E, naturalmente, lo odiava.
Instancabile, era sempre all’origine di nuovi studi, di nuove indagini sull’opera di Pound. Stimolava la ricerca. La sosteneva, anche scudisciando coloro che riteneva troppo pigri. Coloro che, a suo insindacabile giudizio, le apparivano troppo incerti o timidi nell’analisi dei Cantos.
A 101 anni se ne è andata. Probabilmente in quei Campi Elisi che Pound aveva descritto negli ultimi, ardui, canti della sua Opera.
A noi resta il ricordo. E l’esempio di una dedizione senza eguali alla poesia. Ed al Poeta.

