Abbas Nilforoushan era un generale iraniano. Un alto comandante dei Qods, forse (il dubitativo è naturalmente d’obbligo) il loro comandante in capo. Sicuramente una figura di vertice.
È morto in Libano. Come il leader degli Hezbollah, Nasrhallah, che stava appoggiando e consigliando. Una, ulteriore, dimostrazione di come l’azione israeliana possa provocare enormi conseguenze un tutto il Medio Oriente. Ed oltre.
A manifestare questa preoccupazione, Pechino. I Signori della Città Proibita rompono l’usuale silenzio. E bollano come estremamente grave l’azione – in verità un vero, sistematico, attacco aereo che ancora continua – di Israele contro gli sciiti libanesi. Una aggressione che deve subito venire fermata, secondo Pechino. Che, notoriamente, mantiene con Tehran eccellenti rapporti commerciali. Soprattutto per quanto riguarda petrolio e gas. E vede con estrema preoccupazione l’addensarsi della tempesta sopra i cieli iraniani.
Perché, ormai, è chiaro a tutti l’intento del governo Netanyahu. Non solo eliminare il leader di Hezbollah, che era già molto, ma mettere in difficoltà tutto il sistema difensivo/offensivo dell’Iran. Disarticolando e mettendo in condizione di non nuocere tutti gli alleati del fronte Sciita guidato dall’Iran. Del quale il movimento libanese è il perno.
Ora, l’attacco aereo israeliano sta ottenendo molti risultati. Ma non è detto che questi siano definitivi e risolutivi. Anche perché l’Iran sembra stare spostando suoi reparti speciali in Libano. Per rafforzare le difese di Hezbollah.
A questo punto il dilemma degli alti comandi israeliani è se procedere con un’offensiva, massiccia, di terra. Come farebbe pensare il richiamo di numerose brigate di riservisti, subito dislocate sul confine libanese e in Cisgiordania. Perché è evidente che un’eventuale offensiva terrestre israeliana dovrebbe coinvolgere anche i territori palestinesi. E non solo, anzi neppure tanto quelli ancora parzialmente controllati da Hamas nella striscia di Gaza.
Tuttavia a questa scelta operativa sembrano contrari molti, se non tutti, i vertici militari di Telaviv. Che temono sia necessario uno sforzo ed un impegno eccessivo. Tale da mettere a serio rischio la superiorità di Israele.
Perché una cosa è la superiorità strategica, il controllo dello spazio aereo che permette di colpire e distruggere le basi libanesi di Hezbollah. Altra l’entrarvi in forze, e combattere metro per metro.
Con il rischio di dover affrontare non solo le milizie di Hezbollah – considerate, dai comandi israeliani, le meglio armate ed organizzate di tutto il mondo arabo – ma anche le truppe speciali iraniane. Inviate come supporto.
E questo, ovviamente, comporterebbe un dilatarsi, probabilmente rapido, del fronte di guerra. Con un crescente, diretto, coinvolgimento di Tehran.
Che è, poi, ciò che vorrebbe il governo Nethanyau, per saldare i conti con gli ayatollah e segnare un punto definitivo a suo favore. Indebolendoli e, possibilmente, destabilizzandoli.
Ma qui sta il problema. Perché un tale raggio d’azione non può venire sostenuto dalla sola Israele. Pur con la superiorità tecnologica a sua disposizione. Perché i numeri sono numeri. E l’Iran, pur con i suoi limiti militari, è un osso troppo duro, e grosso, da rodere.
Di qui le perplessità dei comandi militari israeliani, che consiglierebbero, a questo punto, una maggiore prudenza. Un’azione, prevalentemente aerea, limitata e settoriale. Tale da indebolire Hezbollah, senza rischiare la diretta azione via terra.
Di qui, però, anche la scelta di Netanyahu. Di forzare la mano a Tehran con un intervento massiccio in Libano.
Tale da coinvolgere anche gli Stati Uniti. In quello che potrebbe rappresentare uno scontro definitivo.
A questo, però, osta la posizione della Russia. Che, ora come ora, sta rendendo palese il suo appoggio all’Iran. Soprattutto visto il conflitto in Ucraina, che l’ha sospinta sempre più sul fronte avverso a Washington.
La cosa potrebbe cambiare con un ritorno di Trump alla Casa Bianca. Che notoriamente cercherebbe di rilassare i raporti con Mosca. E di spianare la strada all’amico Bibi.
Potrebbe…ma non è detto che accada. Anche perché le cose potrebbero subire, in questo mese, un’accelerazione che le porti ad un punto di non ritorno.
E poi vi è Pechino. La dichiarazione cinese, pur misurata, è gravida di minaccia. Toccare Tehran è toccare gli interessi cinesi. Direttamente.
E gli Stati Uniti lo sanno bene.


