Da Mattarella a Meloni, da Schlein a Conte. Tutti impegnati a parlare, parlare e parlare di morti sul lavoro. Come non credere agli impegni delle istituzioni? Beh, per avanzare qualche dubbio sulle loro parole vuote è sufficiente seguire i dati forniti dall’Osservatorio sui morti sul lavoro di Carlo Soricelli. Al 26 febbraio di quest’anno le vittime sui luoghi di lavoro erano già 166. Ossia il 39% in più rispetto al 27 febbraio del 2023.
Non male come risultato degli impegni istituzionali. E senza contare le vittime in itinere.
D’altronde le priorità sono altre. Destinare le risorse pubbliche al sostegno della banda Zelensky; creare nuove strutture volute dall’ambasciata israeliana; impedire il boicottaggio degli artisti israeliani a Venezia; schierare le forze dell’ordine per scoprire chi si permette di scrivere sui muri frasi e slogan non politicamente corretti.
Dunque i lavoratori possono continuare a crepare nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche. Cose che capitano, secondo i sostenitori del turbocapitalismo. Mica si possono ridurre i guadagni del padronato solo per tutelare la vita di qualche morto di fame. E poi gli oligarchi che si ritrovano a Davos sostengono che nel mondo siamo in troppi. Ed è ovvio che a sacrificarsi debbano essere i poveri, per garantire la sopravvivenza dei ricchi.
Ma adesso tutto cambia. Arriveranno alcuni ispettori in più. Arriveranno le classifiche dei buoni e dei cattivi. Interventi pratici? No, quelli no. Costano. Magari qualche carta da compilare in più. Quelle non mancano mai. Gli interventi concreti, invece, possono aspettare. Possono aspettare nuovi discorsi di Mattarella, di Meloni, di Schlein e di Conte.
