Sul sito Barbadillo una recensione di Antonio Chimisso del romanzo “Numero 32”, dedicato di fatto all’esperienza della rivista politico-satirica La Voce della Fogna, pone una domanda sacrosanta: perché quella ventata di novità non ebbe poi efficace influenza nella vita politica concreta?
Chimisso prova a darsi due risposte, entrambe difficilmente condivisibili.
La prima è che per influenzare la politica con un’azione metapolitica occorre essere Prezzolini, Marinetti o D’Annunzio. La seconda è che i tempi non erano ancora maturi.
I tempi non maturano da soli, grazie ai raggi del sole. E per questo sarebbe fondamentale un’azione metapolitica. Anche in mancanza di Prezzolini ed altri. L’ostacolo non era nella qualità degli intellettuali – e non solo Alain de Benoist, Guillome Faye, ma anche gli italiani come Tarchi, Cardini, Visani – ma nel terrore della politica politicante di confrontarsi con chi, a livello intellettuale, avrebbe fatto ombra a personaggi di bassa qualità come Fini ed i suoi colonnelli.
E la metapolitica, osteggiata proprio dall’area che avrebbe dovuto valorizzarla per crescere, è rimasta all’angolo.
Mentre, sul fronte opposto, la gauche intello trasformava in miti culturali dei semi analfabeti, degli imbrattatele, degli attori di serie C. E occupava le cattedre universitarie, le cattedre dei licei, le poltrone della magistratura, le regie televisive e cinematografiche, le mostre fotografiche mentre la destra partitica, che odiava la destra culturale, si occupava di taxi, di botteghe, di spiagge e bar.
E avrebbe fatto lo stesso anche con nuovi Prezzolini e Marinetti. Perché la cultura faceva paura a chi si accontentava delle parole d’ordine del partito. Che aveva sempre ragione, soprattutto quando aveva torto.
Numero 32: perché a destra la metapolitica non ha funzionato?
Sul sito Barbadillo una recensione di Antonio Chimisso del romanzo “Numero 32”, dedicato di fatto all’esperienza della rivista politico-satirica La Voce della Fogna, pone una domanda sacrosanta: perché quella ventata di novità non ebbe poi efficace influenza nella vita politica concreta?
Chimisso prova a darsi due risposte, entrambe difficilmente condivisibili.
La prima è che per influenzare la politica con un’azione metapolitica occorre essere Prezzolini, Marinetti o D’Annunzio. La seconda è che i tempi non erano ancora maturi.
I tempi non maturano da soli, grazie ai raggi del sole. E per questo sarebbe fondamentale un’azione metapolitica. Anche in mancanza di Prezzolini ed altri. L’ostacolo non era nella qualità degli intellettuali – e non solo Alain de Benoist, Guillome Faye, ma anche gli italiani come Tarchi, Cardini, Visani – ma nel terrore della politica politicante di confrontarsi con chi, a livello intellettuale, avrebbe fatto ombra a personaggi di bassa qualità come Fini ed i suoi colonnelli.
E la metapolitica, osteggiata proprio dall’area che avrebbe dovuto valorizzarla per crescere, è rimasta all’angolo.
Mentre, sul fronte opposto, la gauche intello trasformava in miti culturali dei semi analfabeti, degli imbrattatele, degli attori di serie C. E occupava le cattedre universitarie, le cattedre dei licei, le poltrone della magistratura, le regie televisive e cinematografiche, le mostre fotografiche mentre la destra partitica, che odiava la destra culturale, si occupava di taxi, di botteghe, di spiagge e bar.
E avrebbe fatto lo stesso anche con nuovi Prezzolini e Marinetti. Perché la cultura faceva paura a chi si accontentava delle parole d’ordine del partito. Che aveva sempre ragione, soprattutto quando aveva torto.
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