Medio Oriente, e zone geografiche limitrofe, senza pace.
Trump ha un bel sgolarsi per cercare di sottolineare il suo successo – in verità alquanto opinabile – nel ricomporre il conflitto con l’Iran.
Subito si aprono nuove aree di tensione. E si preparano nuovi conflitti.
Bibi Netanyahu, e con lui gran parte di Israele, non accetta la pace con l’Iran.
E continua ad attaccare il Libano. Occupando parte della Siria e continuando a spazzare via ciò che resta dei palestinesi dalla martoriata Gaza e dalla Cisgiordania.
Tuttavia l’obiettivo di Israele sembra, giorni dopo giorno, diventare sempre più un altro.
La Turchia. O, per lo meno, la Turchia di Erdogan.
Perché il colosso turco era sempre stato un saldo alleato di Israele, sino a che non è salito al potere Erdogan. E, con lui, una classe dirigente di ispirazione islamista. Che vede, per altro, la politica di Telaviv come un deciso ostacolo ai suoi obiettivi.
Che sono quelli di assumere un ruolo guida nel limitrofo mondo arabo. In Medio Oriente e, per estensione, in tutta la regione maghrebina.
Ankara, per altro, non vuole conflitti con l’Iran, e ceca di mantenere con questo rapporti commerciali. Allo scopo di divenire il principale canale di commercializzazione del petrolio e del gas iraniani.
Inoltre Erdogan non è riuscito nell’intento di portare la Turchia nel consesso europeo. E questo lo ha costretto ad una vera e propria rivoluzione delle sue strategie.
Proiettando così Ankara verso il Medio Oriente. Scelta, in qualche modo obbligata dall’ostilità di Bruxelles, che inevitabilmente lo sta conducendo in rotta di collisione con Telaviv.
E questo lo si è potuto vedere già nel corso della crisi siriana.
Certo, la Turchia ha cooperato per il crollo del regime di Assad e degli alauiti. Epperò non ha mai favorito nè i sogni di indipendenza dei curdi, nè tantomeno l’occupazione israeliana di parte della Siria.
Di fatto entrando in rotta di collisione con le mire espansionistiche di Telaviv.
E proprio qui sta il punto critico.
L’espansione turca è in palese contrasto con il disegno della Grande Israele, l’obiettivo non solo di Netanyahu, ma di tutta, o quasi, la classe dirigente israeliana.
Non si tratta tanto di ideologie, quanto della realtà dei fatti.
Telaviv mira a creare uno stato israeliano che controlli tutta la regione. Spazzando via, se necessario, la presenza araba dai territori della Cisgiordania. Oltre che da Gaza, ove il disegno appare quasi realizzato.
E, contemporaneamente, eliminando ogni opposizione in Siria e, soprattutto, Libano.
Ankara, invece, punta le sue carte proprio sul mondo arabo. Cercando di conquistarne la leadership. Per riuscire, così, ad acquisire un’ampia zona di influenza geopolitica, oltre che economica.
I due disegni strategici non possono che essere in deciso contrasto fra di loro.
E a Telaviv lo sanno bene.
Al punto di cominciare a valutare seriamente un conflitto diretto con la Turchia, per bloccarne l’espansione.
Questo, però, contrasta nettamente col fatto che Ankara è parte della NATO.
Certo, un partner ambiguo, per molti versi inaffidabile per Washington.
E tuttavia un paese che rappresenta il secondo esercito dell’alleanza.
Fatto non trascurabile. Che potrebbe spingere Trump, nonostante il suo palese filo-sionismo, a intervenire. Cercando di impedire uno scontro che finirebbe, inevitabilmente, con il trascinare gli States in un tunnel senza uscita.


