Elezioni a Taiwan. Che, ufficialmente, porta ancora il nome di Repubblica di Cina. Perché lì si arroccarono gli ultimi sostenitori del Kuomintang, guidati da Chang Kai-shek dopo la sconfitta subita dai comunisti guidati da Mao Dze Dong. Nell’ormai lontano 1949.
I nazionalisti del KMT – come troppo semplicisticamente vengono etichettati sui nostri Media – hanno sempre rivendicato di essere la Cina. E aspirato almeno a parole, alla riconquista del potere a Pechino e in tutto l’Impero di Mezzo.
Precisazione necessaria, visto che i nostri Media tendono a presentarli come “filocinesi”. Ovvero asserviti agli interessi di Pechino. Mentre, storicamente, sono i nemici dei “comunisti” al potere nella Città Proibita.
Ma il KTM è cinese. E concepisce Taiwan come parte della Cina. Mentre il Partito Progressista Democratico, ora al potere a Taipei, tende a marcare una diversa identità taiwanese. Completamente estranea all’orbe cinese.
Questo partito è stato una creazione recente. Creato, si può dire “in vitro” nel 1986. E decisamente influenzato dai modelli politici e culturali occidentali. O, più esattamente, statunitensi. Tant’è che buona parte della sua classe dirigente si è formata negli States. E, in particolare , il nuovo presidente appena eletto – che già era stato, però, vice-presidente, e prima ancora capo del governo – è un medico nefrologo laureato ad Harvard. Il suo nome cinese sarebbe Lai Ching-te, ma preferisce essere chiamato William Lai. E questo già ci dice molte cose.
Il PPD rappresenta una forma di nazionalismo diverso, anzi antitetico rispetto a quello del KMT. Un nazionalismo taiwanese. Costruito, però, in astratto.
Infatti dei 28 milioni di abitanti dell’isola, solo meno del 2% appartengono ai, cosiddetti, Gaoshan, gli aborigeni taiwanesi precedenti la sinizzazione, con lingue, di ceppo simile al malese, e tradizioni proprie. Gli altri sono cinesi, e la lingua ufficiale è il mandarino. Per altro il KMT si è sempre adoperato per fare di Taiwan il sacrario della più pura tradizione cinese, rivendicando la continuità con la tradizione imperiale. E la sovranità su tutta la Cina continentale e la Mongolia.
Posizione scomoda per Washington. Che dopo la normalizzazione delle relazioni con Pechino, nel 1979, si è progressivamente adoperata per fare di Taiwan qualcosa di diverso dalla Cina Comunista. Una roccaforte del modello liberal-democratico occidentale. Ed ha così cominciato a nutrire nelle nuove generazioni taiwanesi il sentimento di una identità nazionale completamente diversa da quella della Cina.
Un processo che, pur in tempi più dilatati, assomiglia molto a quello attuato fomentando una identità nazionale ucraina separata dalla Russia. Che ha portato, in poco più di vent’anni alla situazione che abbiamo sotto gli occhi.
A Taiwan il processo è stato più cauto. E lento. Ma oggi ha portato al governo dell’Isola il PPD. Che, pur in modo abbastanza sfumato, già da un decennio si adopera per marcare progressivamente la distanza culturale oltre che politica dalla Madrepatria cinese. Madrepatria ormai palesemente ripudiata con l’arrivo alla Presidenza di William Lai, che nel PPD rappresenta l’ala più radicalmente anticinese.
Ovvio che la sua elezione venga vista come il fumo negli occhi a Pechino. Perché la dirigenza cinese è disposta ad accettare che esista una Cina Nazionalista separata. Ma non una Repubblica di Taiwan con una identità completamente aliena.
I cinesi sono abituati, in politica, a ragionare per tempi molto lunghi. E Xi Jinping ha più volte dichiarato di auspicare il ritorno della “provincia di Taiwan” alla madrepatria per il 2049, ovvero a cento anni dalla separazione.
Per noi un tempo lunghissimo… per il modus pensandi cinese… appena dopodomani.
Vi sono tre ottime ragioni per cui Pechino non vuole che sorga una Repubblica di Taiwan aliena alla storia e alla cultura cinese.
In primo luogo questa diventerebbe una spina nel fianco, controllata da Washington, nello spazio vitale cinese. Per molti aspetti lo rappresenta già, ma l’ambiguità della situazione, la prospettiva, per quanto remota, di una riunificazione, depotenzia la minaccia. Una Nazione taiwanese separata e distinta, potrebbe essere un detonatore pericoloso. E incidere su altre identità nazionali che sono state assimilate nel tempo da Pechino. E che avrebbero ben maggiori ragioni storiche di rivendicare le proprie peculiarità. Pensiamo agli Uiguri dello Xinjang e ai Tibetani…
Giocare sulle particolari identità nazionali è stata un’arma potente che ha fatto implodere l’Impero Russo dopo la fine dell’URSS. La dirigenza di Pechino non vuole cadere nello stesso tranello.
Taiwan è estremamente importante dal punto di vista economico. Molto più di Hong Kong. Tra l’altro è leader a livello mondiale nel settore dell’alta tecnologia. In particolare nella produzione/esportazione di microprocessori.
E poi c’è la questione di principio . Nella sua “dottrina”, Xi Jinping ha fermamente sostenuto l’unità monolitica, a livello sia culturale che politico, di tutto l’Universo Cinese. Un principio fondamentale e irrinunciabile.
Con l’elezione di William Lai i rischi di una crisi, anche militare, tra Pechino e Taiwan sono indiscutibilmente aumentati. E Washington mantiene una posizione ambigua. Biden ha dichiarato che non intende riconoscere una Repubblica taiwanese indipendente, cosa che andrebbe contro gli accordi bilaterali del 1979, stipulati da Kissinger. Parallelamente, però, il suo Segretario di Stato Blinken si è affrettato a salutare entusiasticamente la vittoria di Lai.
Vittoria, però, menomata dalla perdita della maggioranza nell’assemblea nazionale. Poco più del 40%. Cosa che consiglierebbe al nuovo presidente di muoversi con molta prudenza. Consiglierebbe… purtroppo è d’obbligo l’uso del condizionale.


