“Non dite che è tutto chiuso”. Quasi una preghiera, quella comparsa sui social in una pagina di una nota località turistica alpina. Perché, se passa il messaggio che è tutto chiuso, nessuno avrà voglia di andare in montagna a fine settembre, ad ottobre, a novembre. “Già, ma è davvero tutto chiuso” ha replicato un turista che ammirava la beltà delle serrande rigorosamente abbassate. “Ma no! – ha precisato l’estensore dell’appello – il 10% delle strutture prosegue l’attività”.
In fondo, in queste poche battute, è racchiuso l’intero dibattito sul turismo italiano. Bisogna ampliare il periodo in cui i visitatori arrivano in Italia, ma a chi si avventura nei periodi di bassa stagione bisognerebbe offrire anche qualcosa in più rispetto a un supermercato, ad una macelleria ogni 10 paesi, un ristorante aperto per caso. Tra l’altro, in cambio della totale mancanza di servizi, di iniziative, di programmi di intrattenimento, i prezzi non scendono di un centesimo nel supermercato, nella macelleria, nel ristorante.
Si vende, insomma, un paesaggio che non è costato nulla né al gestore del punto vendita né al ristoratore, né al macellaio.
Dunque non si capisce bene perché un turista dovrebbe scegliere una stagione a forte rischio di cattivo tempo, per andare in località dove la prospettiva, in caso di pioggia, è di restare chiusi a bere uno spritz pagandolo come a piazza San Marco in alta stagione. Sempre che almeno un bar sia rimasto aperto.
Certo, si può capire l’appello di un operatore che ha scelto di lavorare anche in autunno. Ma, dopo aver apprezzato la buona volontà, la domanda resta la stessa: che cosa si offre al turista che sfida il maltempo? Sconti? Risparmi? Iniziative? Cultura? Oppure solo prezzi alti perché anche ad ottobre sono benvenuti esclusivamente i turisti stranieri altospendenti?

