Paradossi… democratici

21 Febbraio 2024

 

 

La democrazia è il peggior sistema politico. Ma non ne conosco di migliori.

 

Famosa questa frase di Churchill. Nella quale ritroviamo tutto il suo, freddo, cinismo di vecchio conservatore. Uomo spietato, nonostante l’icona bonaria col sigaro. E la bottiglia di whisky a portata di mano.

Aveva ragione? In un certo senso potremmo dire di sì. Ne trovo, in qualche modo, conferma nei “Colloqui con Mussolini”. Straordinaria conversazione fra Benito Mussolini, all’apice del potere, e lo scrittore tedesco – ma di famiglia ebraica di Breslavia – Emil Ludwig. Grande autore di biografie, che andrebbe riscoperto.

 

Comunque, parlando con Mussolini a Palazzo Venezia, e avendo questi detto che il vantaggio, per i cittadini, di avere un supremo decisore, un Duce insomma, stava nella possibilità che questi intervenisse per impedire errori – faceva l’esempio di un condannato per omicidio, il cui processo aveva fatto riaprire di imperio, così arrivando a provare l’innocenza dell’imputato – Ludwig si limita ad una sola osservazione: “Sì… ma se tu ti sbagliassi?”

 

Ovvero, tutti gli uomini possono commettere, anzi inevitabilmente commettono errori. Per questo l’onnipotenza politica di un uomo solo, senza contrappesi, è… pericolosa. Lo dicevano già Aristotele e Cicerone. Che certo democratici non erano.

Aveva dunque ragione il vecchio bull dog britannico, imperialista e classista come pochi?

Mah… qualche dubbio mi resta. Soprattutto oggi, a fronte di una declinazione della parola “democrazia” che mi appare sempre meno appriopriata. Anzi, sempre più paradossale.

 

Perché come considerare “democratiche” le imposizioni della, non lontana, stagione del COVID? La persecuzione di chi dissentiva sul vaccino. Che ha implicato un obbligo, anzi una vera e propria e privazione del diritto degli individui sul proprio corpo. E chi non ha diritto sul suo stesso corpo, se altri possono decidere per lui, non è un cittadino libero. È uno schiavo.

Condizione cui si è stati in massa costretti con pesanti pressioni. E ricatti esistenziali.

E la guerra? Chi ha deciso che dobbiamo, di fatto, scendere in guerra con la Russia? Perché questo è lo stato delle cose, anche se si finge il contrario.

Quale “popolo” è stato consultato in proposito e in deroga alla costituzione? Si dirà che certe decisioni non possono venire prese a furore di popolo.

Può essere vero. Ma allora non usate la parola “democrazia”. Se il démos, il popolo, non conta nulla.

 

E allora aveva ragione Leo Strauss. Esiste una verità per le masse, e un’altra per chi governa. Ma proprio per questo la parola “democrazia” mi suona… stonata. Sembra solo la classica cortina di fumo, per non far vedere chi realmente comandi. E in funzione di quali interessi.

 

Certo, la Russia, la Cina ancora di più non sono democrazie. Non nel senso che attribuiamo, tradizionalmente, a questa parola.

Ma noi lo siamo? Poniamoci seriamente la domanda, per favore.

E cominciamo a guardare oltre il nostro orticello. Togliendoci le fette di prosciutto (o gli hamburger del MC) dagli occhi.

 

Esistono molte forme di divisione dei poteri. Ed anche di partecipazione del popolo, il démos, alle decisioni. Nessuna è perfetta, certo. Tantomeno, però, la nostra, enfatizzata e imposta con arroganza. E violenza.

 

Amartya Sen ne ha parlato in un aureo libretto: La democrazia degli altri.

Vi ritrovo molti spunti di riflessione. E un qualche conforto. Perché, altrimenti, osservando la nostra democrazia occidentale, dovrei concludere con il pensiero di Aristotele e continuatori.

 

La democrazia finisce sempre nell’oclocrazia. Nel governo della feccia.

Il pensiero corre all’ultimo Davos.

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