Trump, praticanente appena eletto, telefona a Vladimir Putin. Non ha ancora incontrato il suo predecessore alla Casa Bianca, Joe Biden, per i passaggi di rito, ma si affretta a chiamare il leader russo. Per parlare con lui. In privato.
E in questo, vi è già davvero tutto il carattere, particolarissimo, del nuovo Presidente USA.
Che, a dire la verità, Presidente era già stato. Per poi venire scalzato da Biden (e dalla sua cricca) in modo alquanto rocambolesco. Ovvero che lascia, legittimamente, molti dubbi sulla sua regolarità. Checché ne dica certo mainstream dominante.
Ma questa volta la sua vittoria è stata troppo netta per venire messa in discussione con qualche gabola elettorale.
Vittoria come numero di Stati. E vittoria in voti, visto i cinque milioni di vantaggio netto.
Se poi si considera che la povera, e insignificante, Kamala Harris, candidata dem, avrebbe vinto in alcuni stati, California in testa, dove non esiste alcun controllo del diritto di voto…beh, il risultato è più che evidente. E clamoroso.
E, poi, questa volta The Donald sembra aver ben compreso l’aria che tira. Ed ha chiaramente deciso di andarci giù duro. Senza preoccuparsi di quei “poteri” che sempre lo hanno osteggiato e sempre cercheranno di eliminarlo. Anche fisicamente, come si è chiaramente capito.
E così telefona a Putin. Per dirgli cosa?
Le notizie, naturalmente, sono frammentarie, la conversazione essendo rimasta essenzialmente privata. Ma qualcosa è, comunque, filtrata. Ed è tale da farci comprendere le intenzioni del nuovo Presidente statunitense.
Trump avrebbe chiesto all’amico Vlad di contenere ancora l’offensiva in Ucraina. In sostanza di marcare il terreno, occupare il Donbas, ma non affondare in direzione di Kiev. Cosa che, evidentemente, la Russia è perfettamente in grado di fare.
In sostanza di prendere tempo. Anzi, di dargli tempo. Perché non sarà alla presidenza sino a metà gennaio, e l’Amministrazione di Biden, pur ormai in totale débâcle, sta continuando a foraggiare Zelensky. Cercando di portare il conflitto ad un punto di non ritorno.
Cosa offre in cambio Trump? Innanzitutto il riconoscimento che la Crimea appartiene alla Russia. E questo è già reso pubblico nelle dichiarazioni dei più stretti collaboratori del nuovo Presidente.
Riconoscimento importante, perché gli Stati Uniti avevano, sino ad ora, continuato a sostenere le rivendicazioni di Kiev.
Rivendicazioni, per altro, con poco fondamento, visto che la Crimea russa è sempre stata sin dall’800. E solo negli anni ’60, Kruscev, ucraino, la spostò di imperio sotto il potere di Kiev. Per dare a questa un importante sbocco al mare.
Poi c’è la questione, ben più spinosa, del Donbas. E qui, per Trump, le cose sono, oggettivamente, più difficili. Perché, certo, il Donbas è russo da sempre. Per popolazione e storia. Passato sotto il governo di Kiev solo nei primi degli anni ’20, per ordine di Lenin. Che voleva bilanciare con quella regione industriale e mineraria l’Ucraina agricola e “reazionaria”. Per altro anche Lenin era sì di padre ciuvasco, ma di madre ucraina.
Tuttavia, il Donbas è pratica più delicata. E anche se vorrebbe, Trump non può, semplicemente, riconoscerla ai russi. Deve, forzatamente, utilizzare un modo più…sfumato. Mantenere, ufficialmente, il sostegno a Kiev nel rivendicarla, ma lasciarla, di fatto, ai Russi. Provvedendo a rendere il resto dell’Ucraina neutrale. E abbandonando Zelensky e soci al loro destino.
Cosa vuole, però, Trump in cambio?
Anche se su questo non vi sono notizie chiare, possiamo fare un’ipotesi molto, decisamente molto concreta.
Vuole che Putin cominci a prendere rapidamente le distanze da Pechino.
Perché il vero avversario per il Tychoon è, e resta, la Cina. E isolarla politicamente e, soprattutto, economicamente, continua ad essere il suo obiettivo principale.
Ciò che ha risposto Putin, però, non ci è dato saperlo. La discrezione dei russi è sempre molto maggiore di quella degli americani.
E poi lo Zar Vlad deve valutare attentamente gli interessi della Russia. Che, in questi ultimi anni, si sono sempre più polarizzati verso i BRICS e, ovviamente, in direzione di Pechino.
Con ogni probabilità, la telefonata è stata solo un primo contatto. Che potrebbe preludere ad una lunga, e non facile, trattativa.
Ammesso,e non concesso, che ve ne sia il tempo. E che in questo lasso di tempo sospeso, Biden, o chi per lui, non riesca a forzare la mano verso un punto di non ritorno. Per essere espliciti, verso la guerra con Mosca.



