Raccontare una guerra non è mai cosa facile. Ancora di più se la guerra in questione è, di fatto, una Guerra Mondiale. Asimmetrica, certo, e anomala. Tanto anomala che si rischia di vederla come una serie di episodi slegati fra loro. Una coincidenza, puramente occasionale, di interventi bellici, tensioni, conflitti tenuti sotto traccia… Occasionali, quindi scollegati fra loro.

Così, però, non è. Perché, al contrario, tutti questi episodi, dall’Ucraina a Gaza, dal Medio Oriente alla Moldova sino al Mar della Cina non sono che tessere di un unico disegno.
Certo, tessere che ci possono apparire, a tutta prima, confuse. Tuttavia, se le osserviamo dalla giusta distanza, vengono lentamente a ricomporsi in un unico, grande e complessivo, disegno. E ci fanno capire che non dobbiamo più temere una, nuova Guerra Mondiale. Per il semplice motivo che questa è già qui. In atto. Anche se stentiamo a rendercene conto.
La prospettiva distante, lontana e disincantata, è, dunque, necessaria. Per vedere come le cose realmente stanno. E quali siano i loro, potenziali, sviluppi.

Ora, tutti siamo più o meno coscienti che in Ucraina c’è la guerra. Una guerra con la Russia. Ma ben pochi, troppo pochi a dire il vero, comprendono la portata reale della cosa. Ovvero che si tratta di un conflitto tra Russia ed Occidente Collettivo. Della quale l’Ucraina rappresenta soltanto lo, sfortunato, paravento.
E questo, per altro, spiega la sostanziale impasse del conflitto. Perché la Russia, se avesse voluto, avrebbe potuto schiacciare la resistenza ucraina in poche settimane. O, dando per buoni alcuni errori strategici iniziali, in tre o quattro mesi. Il perdurare invece del conflitto, la lentezza, quasi la cautela con cui si muovono le truppe di Mosca, dimostra chiaramente una cosa. Che la soluzione non è strettamente militare, e che, soprattutto, l’esercito russo viene tenuto a freno da esigenze di trattativa politica. Non con Kiev, bensì con Washington. Tutto il resto è solo retorica priva di autentico significato. Al Cremlino stanno, semplicemente, aspettando novembre. Le elezioni americane. Se vincerà Trump le cose prenderanno un’altra piega, e verrà tentata, almeno, una mediazione. Altrimenti…beh, meglio non pensarci. Per ora.

Tuttavia, comunque vadano le cose nelle urne statunitensi, resterà in piedi il conflitto in Medio Oriente. Di cui Gaza rappresenta solo la punta dell’iceberg. L’episodio più visibile…sempre per ora.
Intanto, sempre meno sotto traccia, sta maturando lo scontro tra Israele ed Hezbollah libanese. E quello con gli Houthi yemeniti. Che già vede un diretto coinvolgimento di forze navali anglo-americane.
Ora tanto Hezbollah che gli Houthi sono strettissimi alleati di Tehran. La determinazione del governo di Nethanyau nei lori confronti apre, quindi, a scenari ben difficili da definire. Ma che potrebbero, facilmente, rivelarsi apocalittici per tutta la regione medio-orientale, e ben oltre questa, visti i legami, ormai sempre piu stretti tra Tehran e Mosca.
Un conflitto che vede una situazione particolarmente confusa anche nel Caucaso. Dove le posizioni, sempre tra loro fortemente conflittuali, di Baku e Yerevan cambiano di continuo. Con Mosca e Washington a giocare una, estenuante, partita diplomatica. Che, presto, potrebbe facilmente trasformarsi in guerra aperta. Per lo meno da parte russa, visto che la strategia americana è piuttosto quella di fare combattere ad altri le proprie guerre. Sia per una necessità contingente, legata a carenza di truppe e, soprattutto, di reparti immediatamente operativi. Sia perché questa è, poi, la strategia privilegiata delle talassocrazie. Giocare sulla divisione interna dei propri nemici. Fomentare e foraggiare, ma tenersi il più possibile lontane da diretti coinvolgimenti.

Non solo Occidente, ovvero Washington, e Mosca, però. Perché un ruolo crescente, in questi conflitti striscianti, sta assumendo anche la Cina. E Pechino non si limita più ad una attenzione occhiuta nella propria regione – si pensi al futuro, sempre più incerto, di Taiwan – ma gioca ormai un ruolo deterninante anche in Africa.
Africa che vede una partita a tre sempre più decisamente in atto. E dove Washington, Mosca e Pechino devono misurarsi attraverso interventi, sempre meno velati, a favore di realtà regionali.
In particolare, in questo momento, ciò che sta accadendo nei paesi della cintura sub-saheliana. Che si sono, ormai, quasi completamente liberati dall’occupazione – occulta per modo di dire – francese. E si misurano con le tre grandi potenze.
In uno scenario che vede, almeno per ora, una prevalenza militare russa ed economica cinese.
E potremmo continuare, tornando in Europa, e parlando di ciò che sta maturando in Serbia, in Moldova… O spostarci oltre oceano, e prestare attenzione al, complesso, Grande Gioco in America Latina…

Ma qui preferiamo fermarci. Perché il senso di questo, forzatamente breve, scritto, non voleva essere un’analisi di tutti gli scenari mondiali…
Solo una, rapida, visione d’insieme. Per far capire una cosa molto, davvero molto semplice.
Pur non essendo come ce la siamo, da tempo, raccontata e figurata, la Terza Guerra Mondiale è già qui. È già iniziata. Non da poco tempo, per altro.
E noi, ci piaccia o meno (e certo non ci piace) vi stiamo prendendo parte. Inconsapevolmente.