Siamo una generazione di reduci. Reduci da cosa o di che cosa, in fondo, non conta. Siamo reduci…tutto qui. Poi, ognuno dà a questo termine il significato che più gli aggrada. Reduci da una qualche esperienza politica…reduci da una guerra…da una solitudine fatta di folla, soprattutto.
Già, perché questo “reducismo”, di cui soffriamo come di una sorta di malattia incurabile, è qualcosa che non sappiamo, o non vogliamo spiegare neppure a noi stessi. A ben vedere, poi, la stessa cosa.
La generazione di mio padre, e quella del padre di mio padre, e tutte quelle precedenti, erano reduci. Ma di un fatto, di un evento preciso. Una guerra, in genere. O più d’una. La prima, la seconda mondiale…le complessità, tormentose e discusse, del nostro Risorgimento. Due secoli di guerre, a ben vedere. Non vi era, alla fin fine, chi non potesse dirsi “reduce”.
Ma oggi? Di che saremmo reduci noi? E per noi intendo ovviamente la generazione, o forse al plurale più d’una, rimaste sospese tra l’ultima Grande Guerra, la seconda, non vissuta se non attraverso i racconti, vividi, di chi vi aveva preso parte, e questa…cosa confusa. Questa sorta di nauseabonda melassa che è andata avvolgendo tutto. Cose ed uomini. E che ci siamo, pigramente, abituati a chiamare…pace. Ma solo per assenza di un termine adeguato.
Siamo rimasti sospesi. Come un gruppo, individui o folle, incapace di prendere atto della realtà. O, forse, di concepire una qualche realtà concreta, oggettiva…che non sia quella che ci viene quotidianamente proposta. O meglio, imposta. Da chi, da che cosa…ci è poi difficile dire. Ma sappiamo – o almeno crediamo di sapere, che è poi la stessa cosa – che si tratta, comunque, di un qualcosa di alieno. Di qualcosa che ci viene imposto da…altri. Ma chi siano costoro, chi questi, famosi o famigerati, “altri”…beh, questo proprio non sapremmo dirlo. Possiamo, forse, intuirlo. Ma in modo confuso.
Le generazioni prima della nostra avevano combattuto guerre precise. Ben definite. Nei ruoli e nelle funzioni. E si portarono dietro, sino alla fine, le convinzioni di cui avevano nutrito la loro giovinezza.
Ricordo un amico di mio padre, Franco. Al funerale, il funerale di mio padre, chiese la parola. Col cappello da bersagliere, ancora sfrontatamente sulle ventitré…nonostante il passo incerto, una fatica che faceva presagire vicina la fine.
Prese la parola. Ricordò, rapido, alcuni momenti della giovinezza trascorsa. Al fronte. Insieme. Poi, alzò la testa e disse:
Ennio, avevamo ragione noi!
Il silenzio degli, ormai pochi, commilitoni presenti, fu un assenso più fragoroso di ogni applauso.
Ma noi? Con chi abbiamo combattuto al fianco? Di chi ci siamo potuti fidare? E, soprattutto, contro chi o che cosa abbiamo combattuto? O, forse, solo sognato di combattere…che, poi, a ben vedere, non è molto diverso…
Comunque, la sensazione è che siamo l’ultima generazione che è andata incontro ad un conflitto – civile? non saprei dire, non ho parole per definirlo – sapendo che questo era il suo, ineluttabile, destino.
Era un sapere sordo, certo. E indefinito. Ma era, comunque, una forma della coscienza.
Oggi…mi sbaglierò, ma vedo generazioni di giovani prive di slancio. Preoccupate del vivere quotidiano, prima ancora che tale vivere divenga per loro emergenza concreta.
Preoccupati di tutto…ma incoscienti della guerra, del conflitto dilagante che sta divorando il loro futuro…
Mi sbaglierò…spero di sbagliarmi.
Ma…



