E così Erdogan ha perso. Festeggiamenti per le vie delle metropoli turche. Istanbul, Ankara, Smirne…
Festeggiamenti, anche, sui Media italiani. Che enfatizzano la batosta presa dal Sultano, da sempre presentato, alla nostra opinione pubblica, come un bieco despota.
Però..
Però erano elezioni amministrative. Nelle quali l’AKP, il partito di Erdogan, puntava a riconquistare Ankara ed Istanbul, già governate dall’opposizione del CHP. In Italia presentato come partito socialdemocratico, o, più semplicemente, socialista.
In realtà è il partito che rivendica l’eredità di Ataturk. Laico e nazionalista. E la folla che festeggiava per le vie delle due metropoli, non a caso, scandiva: Kemal! Kemal!
Come ha fatto notare Carlo Marsili – a lungo Ambasciatore ad Ankara, ed oggi il massimo esperto italiano di politica turca – il risultato dimostra, irrefutabilmente, che la Turchia è una democrazia. Alla faccia, aggiungo io, di tutte le scemenze che vengono dette e scritte in Italia sul dispotismo di Erdogan.
Sono state elezioni amministrative. La scelta dei sindaci. E, tuttavia, si erano caricate di un fortissimo peso politico. La sfida fra l’AKP, ovvero Erdogan che ci aveva messo tutto il suo peso e scommesso la faccia, e l’opposizione. O meglio il CHP, guidato dal Sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu. Che ha, di fatto, dissanguato tutti gli altri partiti di opposizione. Tranne che nelle, tormentate, province curde, dove si è registrato il successo, prevedibile ed anzi contenuto, del partito di riferimento della minoranza.
Il dato più importante è, però, che il CHP sembra aver superato il partito di Erdogan come percentuali nazionali. Il che, automaticamente, candida Imamoglu alle prossime presidenziali, come successore del Sultano.
Erdogan paga soprattutto una crisi economica interna, e il fallimento di molte delle sue politiche sociali. Che gli ha alienato il sostegno soprattutto del ceto medio urbano, a suo tempo sostenitore dell’AKP.
Tuttavia questi sono problemi interni della Repubblica Turca. Robe turche, per l’analisi delle quali rimando a quanto scrivono e dicono, in queste ore, esperti autentici come, appunto, Carlo Marsili e il professore Fabio L. Grassi della Sapienza. Entrambi, per inciso, nel Comitato Scientifico della Fondazione Nodo di Gordio.
È, però, interessante notare come un tale risultato possa incidere sulla politica estera di Ankara. Anche perché il CHP è dichiaratamente atlantista. E Imamoglu sembra aver avuto tutto il sostegno possibile, non solo morale, da Washington.
La posizione internazionale della Turchia è infatti… ambigua. Erdogan, seguendo le direttrici della profondità strategica turca legate alla tradizione ottomana, ha portato il grande paese anatolico a giocare una partita su più tavoli. Nella NATO e, al contempo, in dialogo con Mosca. A sostegno dei palestinesi, senza però rompere con Israele… una partita a tutto campo, che ha fatto di Ankara un soggetto geopolitico presente, e influente, non solo nei Balcani e in Medio Oriente, ma anche in tutto il Maghreb e nel Corno d’Africa.
Strategia a tutto campo, che ha suscitato i sospetti (per usare un eufemismo) di Washington. Che non può rinunciare all’alleanza strategica con la Turchia, ma non perdona ad Erdogan il “dialogo” con Mosca e Tehran. Di qui il sospetto (Sic!) che dietro al fallito golpe del 2016 vi fosse una longa manus… amica.
Ora Erdogan ha quasi quattro anni per recuperare consensi e correggere errori di politica interna. E nulla è già deciso sul futuro di Ankara. Tuttavia sarà da vedere come il Sultano si comporterà sulla scena internazionale in questo periodo di tempo. Considerato il personaggio, dubito che accetterà di rientrare nei ranghi come un’anatra zoppa. E, forse, dovremo aspettarci altre… sorprese.



