Quando divenne ministro plenipotenziario dell’economia, Fleming scopriva la penicillina, Pio XI sedeva sul soglio di Pietro e il presidente americano era Calvin Coolidge. Quando invece venne rimosso per problemi di salute, era il periodo della rivoluzione sessuale e delle proteste studentesche, il mondo impazziva per i Beatles e di lì a pochi mesi l’uomo sarebbe andato sulla Luna. Erano trascorsi quarant’anni, a Roma si erano avvicendati tre Papi e a Washington sei presidenti degli Usa.
Antonio de Oliveira Salazar, nato nel 1889 in un paesino dell’entroterra del Portogallo e morto a Lisbona nel 1970, è il dittatore europeo più longevo del ventesimo secolo, ma anche il più grigio e sconosciuto. Lontanissimo dal carisma e dal fascino di Mussolini e Hitler, e persino del ben più modesto Francisco Franco, Salazar non ha mai trascinato le masse, non si è mai messo una divisa militare, non ha mai acceso gli animi della folla tenendo comizi da un balcone. Anzi, quando doveva parlare a un pubblico superiore alle tre persone si sentiva a disagio.
Eppure questo timido professore di scienze economiche dell’università di Coimbra per quattro decenni ha retto con mano salda una piccola nazione che l’enorme eredità coloniale ha reso un impero fuori tempo massimo. E si è barcamenato con l’abilità del tattico, la lucidità dello stratega e la spregiudicatezza del pragmatico tra una guerra regionale (quella civile spagnola), il secondo conflitto mondiale, la nascita della Nato, la guerra fredda, la decolonizzazione.
Sconosciuto ai più e poco studiato anche in ambito accademico, ora su questo singolare dittatore arriva in Francia un’ampia ed esauriente biografia a cura di Yves Léonard, docente a Parigi alla facoltà di Sciences Po e specialista nella storia del Portogallo contemporaneo. Salazar, le dictateur énigmatique, edito da Perrin, è un volume di oltre 500 pagine nel quale lo storico francese cerca di svelare anche gli aspetti meno conosciuti e più contraddittori del più lungo regime del Novecento.
Salazar salì al potere nel 1928 come super ministro economico di un governo militare, succeduto a un quindicennio di tensioni sociali e sindacali, lotte tra clericali e anticlericali, colpi di Stato e decine di esecutivi deboli e instabili. Quattro anni più tardi, dopo aver risanato le finanze, il professore di Coimbra venne nominato presidente del Consiglio e nel 1933 fece approvare la Costituzione dello “Estado Novo”, un sistema politico ed economico ricalcato in parte dal fascismo ma soprattutto dalla dottrina sociale della Chiesa, espressa nelle encicliche Rerum Novarum di Leone XII e Quadragesimo Anno di Pio XI.
Secondo Léonard, infatti, Salazar era soprattutto un reazionario tradizionalista, nemico giurato della Rivoluzione francese e alfiere in politica del trinomio «Dio, patria e famiglia». Tant’è vero, sottolinea l’autore, che pur ispirandosi al fascismo italiano e intrattenendo ottime relazioni con la Spagna franchista e la Germania hitleriana, nel 1934 l’uomo forte portoghese schiacciò il nascente movimento fascista lusitano e costrinse all’esilio Francisco Rolão Preto, leader delle cosiddette camisas azuis, i sindacati nazionalisti.
Una politica del doppio binario proseguita anche durante la Seconda guerra mondiale, quando il Portogallo salazarista, formalmente neutrale, mantenne ottime relazioni con le nazioni dell’Asse (ad esempio fornendo materie prime indispensabili all’industria bellica tedesca); ma al tempo stesso concesse a Gran Bretagna e Stati Uniti la base aerea delle Azzorre, fondamentale dal punto di vista strategico.
Nel Dopoguerra, grazie all’adesione alla Nato (1949) e al ruolo di freno agli interessi sovietici in Africa, Salazar godette dell’incondizionato appoggio americano nel mantenimento dell’antico e immenso impero portoghese, che si estendeva dall’Angola al Mozambico, dalla Guinea Bissau a Capo Verde, da Goa a Macao a Timor. Possedimenti che la dottrina salazarista del “lusotropicalismo” non considerava colonie bensì “province” del Portogallo, secondo un progetto di assimilazione che prevedeva anche il meticciato. Non a caso alcuni tra i personaggi più celebri della cultura “pop” degli anni Sessanta erano di pelle nera e origine africana, come l’attaccante del Benfica Eusebio (mozambicano) e il colonnello Marcelino da Mata (guineano), l’ufficiale più decorato nella storia dell’esercito portoghese.
Pur rimanendo uno dei Paesi più poveri d’Europa, la politica economica di Salazar permise al Portogallo di crescere in modo costante negli anni Cinquanta e Sessanta, garantendo al professore un certo consenso popolare. Il sostegno della Chiesa, delle forze armate e degli imprenditori, le elezioni con il partito unico e il rigido controllo della Pide, la famigerata polizia politica, facevano il resto.
La sua lunga parabola si concluse nel 1968, quando finì in coma per un’emorragia cerebrale. Il presidente Américo Tomàs, un militare, lo sostituì con Marcelo Caetano, un altro professore universitario considerato l’erede naturale del padre dell’“Estado Novo”; ma dopo alcuni mesi l’anziano leader si risvegliò. Stanco e malato, visse per altri due anni e pare che nessuno del suo entourage ebbe mai il coraggio di dirgli che era stato destituito: chiuso nel suo palazzo, fino alla morte credette di essere ancora alla guida del Portogallo.


