The Passenger, di Iperborea, è una pubblicazione intelligente che raggruppa contributi diversi su un unico tema per ogni numero della rivista. Con il pregio di escludere banalità e di offrire provocazioni e stimoli. Nel numero dedicato alla Sardegna – dove, purtroppo, si registra una insolita caduta a proposito del transfemminismo, tra l’altro persino in contrasto con Michela Murgia – una delle provocazioni culturali riguarda la lingua: una Koiné per rafforzare l’utilizzo della lingua sarda o meglio far sopravvivere le tante varianti?
Paradossalmente nell’intervento di Paola Soriga emerge che la limba sarda unificada sia già doppia. Il logudorese e il campidanese. Doppia koiné, dunque, in un’Isola che si avvia a scendere sotto il milione di abitanti complessivi. Senza eliminare, ovviamente, le altre parlate locali, dal catalano al tabarchino. Ma le due lingue sarde principali, per salvarsi, dovrebbero essere insegnate nelle scuole. Dove, però, non si registra una grande e condivisa passione da parte degli insegnanti.
Pare un problema minore, ma non lo è. Perché è lo stesso problema che riguarda numerosi territori europei. Dall’Occitania all’Arpitania, dalla Bretagna ai mocheni trentini, dai baschi ai ladini. Tutti cercano di salvare la propria lingua per salvare la propria cultura e la propria identità. Perché rinunciare alla propria lingua significa accettare la colonizzazione. E l’allarme è arrivato anche dall’Accademia della Crusca che teme una riduzione dell’italiano ad un semplice dialetto, soppiantato da un inglese base che permetta di comunicare evitando il fastidio del pensiero e della riflessione.
D’altronde una canzone in patois di Henriet e Jyaryot invitava a chiarirsi le idee su cosa siano i valdostani prima di affermare “Noi no, non siamo italiani”. E lo stesso vale per tutte le minoranze ma, ormai, vale anche per gli italiani, ridotti a semplici consumatori non pensanti di prodotti imposti dalle multinazionali.
Ci salveranno le minoranze impegnate a difendere la propria identità? Difficile, perché persino il dibattito su koiné o tutela delle varianti linguistiche non porta a scelte definitive. E il turismo per altospendenti è un cancro che divora tutti.
Sardegna, salvare la lingua per salvare l’anima
The Passenger, di Iperborea, è una pubblicazione intelligente che raggruppa contributi diversi su un unico tema per ogni numero della rivista. Con il pregio di escludere banalità e di offrire provocazioni e stimoli. Nel numero dedicato alla Sardegna – dove, purtroppo, si registra una insolita caduta a proposito del transfemminismo, tra l’altro persino in contrasto con Michela Murgia – una delle provocazioni culturali riguarda la lingua: una Koiné per rafforzare l’utilizzo della lingua sarda o meglio far sopravvivere le tante varianti?
Paradossalmente nell’intervento di Paola Soriga emerge che la limba sarda unificada sia già doppia. Il logudorese e il campidanese. Doppia koiné, dunque, in un’Isola che si avvia a scendere sotto il milione di abitanti complessivi. Senza eliminare, ovviamente, le altre parlate locali, dal catalano al tabarchino. Ma le due lingue sarde principali, per salvarsi, dovrebbero essere insegnate nelle scuole. Dove, però, non si registra una grande e condivisa passione da parte degli insegnanti.
Pare un problema minore, ma non lo è. Perché è lo stesso problema che riguarda numerosi territori europei. Dall’Occitania all’Arpitania, dalla Bretagna ai mocheni trentini, dai baschi ai ladini. Tutti cercano di salvare la propria lingua per salvare la propria cultura e la propria identità. Perché rinunciare alla propria lingua significa accettare la colonizzazione. E l’allarme è arrivato anche dall’Accademia della Crusca che teme una riduzione dell’italiano ad un semplice dialetto, soppiantato da un inglese base che permetta di comunicare evitando il fastidio del pensiero e della riflessione.
D’altronde una canzone in patois di Henriet e Jyaryot invitava a chiarirsi le idee su cosa siano i valdostani prima di affermare “Noi no, non siamo italiani”. E lo stesso vale per tutte le minoranze ma, ormai, vale anche per gli italiani, ridotti a semplici consumatori non pensanti di prodotti imposti dalle multinazionali.
Ci salveranno le minoranze impegnate a difendere la propria identità? Difficile, perché persino il dibattito su koiné o tutela delle varianti linguistiche non porta a scelte definitive. E il turismo per altospendenti è un cancro che divora tutti.
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