Non è un caso che i governi, che i poteri reali, stiano tentando di intervenire contro i social. Diventati l’unico spazio di libertà a fronte di una involuzione dei giornali e delle tv tradizionali, sempre meno interessati a raccontare la realtà. Così è sui social che si è affrontato un tema fondamentale: il rapporto tra le nuove generazioni ed il lavoro.
Un ristoratore, vero o falso non ha la minima importanza, pubblica un post in cui annuncia di chiudere il proprio ristorante perché non è riuscito a trovare personale di sala nonostante un’offerta di assunzione regolare a 1.700 euro netti al mese, tredicesima e quattordicesima, un giorno e mezzo di riposo alla settimana.
Nel suo racconto sostiene di aver effettuato due soli colloqui, andati male perché il primo ragazzo non era disponibile a lavorare il sabato sera, perché doveva uscire con la ragazza, e il secondo non era disponibile a barattare la propria qualità della vita (amici, ragazze, sport, divertimento) per 1.700 euro al mese.
E il ristoratore commentava che lui, a inizio carriera, con quei soldi avrebbe iniziato a metter su casa. Appunto. Nei commenti, quasi tutti educati ed è un miracolo, qualcuno ha fatto notare che oggi, con quella cifra, non si mette su casa. Non si ottiene neppure un mutuo. E sacrificare la qualità della vita, rinunciando a serate con amici, a divertimento per una cifra che permette solo di sopravvivere, non è proprio entusiasmante.
Chi, dall’alto dell’età e dal giardino della seconda casa al mare, critica la pigrizia dei giovani che rifiutano questi lavori, si dimentica che questi lavori non offrono chances di acquistare neppure la prima casa. E quali dovrebbero essere le motivazioni per spingere ad accettare? Il senso del dovere? La partecipazione ai destini di un Paese al servizio di Washington e Tel Aviv? La possibilità di crearsi una famiglia che non possa permettersi una vacanza decente, una casa decente, un pasto decente?
Il ristoratore ha ragione. Ma si è creato un circolo vizioso. Lui chiude non per mancanza di clienti ma di camerieri. E i mancati camerieri non avranno soldi per frequentare ristoranti destinati a chiudere per mancanza di clientela.
Se 1.700 euro al mese vi sembran pochi.. O se non valgono la rinuncia alla qualità della vita
Non è un caso che i governi, che i poteri reali, stiano tentando di intervenire contro i social. Diventati l’unico spazio di libertà a fronte di una involuzione dei giornali e delle tv tradizionali, sempre meno interessati a raccontare la realtà. Così è sui social che si è affrontato un tema fondamentale: il rapporto tra le nuove generazioni ed il lavoro.
Un ristoratore, vero o falso non ha la minima importanza, pubblica un post in cui annuncia di chiudere il proprio ristorante perché non è riuscito a trovare personale di sala nonostante un’offerta di assunzione regolare a 1.700 euro netti al mese, tredicesima e quattordicesima, un giorno e mezzo di riposo alla settimana.
Nel suo racconto sostiene di aver effettuato due soli colloqui, andati male perché il primo ragazzo non era disponibile a lavorare il sabato sera, perché doveva uscire con la ragazza, e il secondo non era disponibile a barattare la propria qualità della vita (amici, ragazze, sport, divertimento) per 1.700 euro al mese.
E il ristoratore commentava che lui, a inizio carriera, con quei soldi avrebbe iniziato a metter su casa. Appunto. Nei commenti, quasi tutti educati ed è un miracolo, qualcuno ha fatto notare che oggi, con quella cifra, non si mette su casa. Non si ottiene neppure un mutuo. E sacrificare la qualità della vita, rinunciando a serate con amici, a divertimento per una cifra che permette solo di sopravvivere, non è proprio entusiasmante.
Chi, dall’alto dell’età e dal giardino della seconda casa al mare, critica la pigrizia dei giovani che rifiutano questi lavori, si dimentica che questi lavori non offrono chances di acquistare neppure la prima casa. E quali dovrebbero essere le motivazioni per spingere ad accettare? Il senso del dovere? La partecipazione ai destini di un Paese al servizio di Washington e Tel Aviv? La possibilità di crearsi una famiglia che non possa permettersi una vacanza decente, una casa decente, un pasto decente?
Il ristoratore ha ragione. Ma si è creato un circolo vizioso. Lui chiude non per mancanza di clienti ma di camerieri. E i mancati camerieri non avranno soldi per frequentare ristoranti destinati a chiudere per mancanza di clientela.
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