Se Urso e Di Maio hanno fatto i ministri, chiunque può fare il sindaco

14 Luglio 2026

Una grande città o un piccolo paese: fare il sindaco non è per tutti. Servono idee, competenze, conoscenze a più alti livelli, un minimo di onestà. E invece, dalle grandi città ai piccoli paesi la corsa per occupare la poltrona da sindaco coinvolge, troppo spesso, autentici incompetenti, personaggi privi di idee ma desiderosi di indossare la fascia tricolore all’inaugurazione di un grande stadio o di un campo da bocce.

La distanza della popolazione dalla politica diventa evidente quando il primo cittadino, che non ha realizzato nulla durante il suo primo mandato, viene comunque rieletto. Come premio per essere stato invisibile per tutti gli anni.

È evidente che la colpa – la colpa, non solo la responsabilità – è degli elettori. Che nei paesi vogliono essere lasciati in pace e nelle città subiscono la propaganda falsa dei politici, dei corpi intermedi, della disinformazione al servizio del solito Sistema.

Salvo poi lamentarsi, in entrambe le situazioni, per le mancate realizzazioni, per l’immobilismo, per la crisi, per la criminalità. Dipende dal contesto, ma la lamentela è condivisa.

 

Eppure le alternative o non ci sono o non vengono apprezzate. A Roma, a Milano, a Torino diventa quasi impossibile individuare un candidato credibile, su entrambi i fronti della falsa barricata. Nei paesi, dove ci si confronta su qualcosa di più serio rispetto alla vetusta divisione tra destra e sinistra, scatta invece l’immancabile gelosia, l’invidia, il risentimento personale. Ci si conosce tutti, si sorride a tutti, si detesta chiunque osi uscire dal gregge.

Però, alla fine, i candidati si trovano. Anche troppi. Soprattutto inadeguati. Ma è difficile convincere qualcuno a rinunciare alla candidatura, per manifesta incapacità, quando poi a fare i ministri sono andati Urso e Azzolina, De Micheli e Di Maio, Gelmini e Kyenge. Se hanno potuto loro, allora possono tutti.

È la meravigliosa politica italiana.

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