Arrivano in redazione, quasi in contemporanea, due comunicati che si occupano, da diversi punti di vista, del problema dell’immigrazione. Inizia Unioncamere Piemonte che, dalla parte padronale, esprime grande soddisfazione per il processo di internazionalizzazione della regione subalpina. Un processo che passa anche attraverso “la presenza degli stranieri nel mercato del lavoro locale”. Anzi, è proprio questo “il tassello che ha fornito la spinta maggiore” poiché ha registrato un incremento dell’11,2%.
Mentre la propensione al commercio internazionale è aumentata solo dell’1%.
Insomma, una internazionalizzazione legata soprattutto all’immigrazione. Un bene? Un male? Comunque un bene, per Unioncamere.
E, puntuale, arriva la ricerca condotta dal Consiglio nazionale degli Attuari con Noi Rete Donne. Con dati non proprio entusiasmanti. Ad iniziare dalle mansioni svolte dagli immigrati, vittime, secondo la ricerca, di un “modello di segregazione occupazionale”. Tradotto in italiano significa che ai migranti, accolti con entusiasmo dal padronato più retrivo, sono riservate le occupazioni peggiori e peggio pagate.
Non c’era bisogno di grandi ricerche per capirlo. E, non a caso, la media retributiva di uno straniero è nettamente inferiore rispetto a quella degli italiani. Che l’entusiasmo per l’arrivo dei migranti fosse legato allo sfruttamento era chiaro a tutti, tranne che a coloro che, per interesse, fingono di non vedere e di non sapere.
Se poi il migrante è donna, la condizione peggiora ulteriormente. Il 50% della manodopera maschile straniera è impiegato in 19 attività (braccianti, manovali, facchini, trasportatori, addetti alle cucine…) mentre per il 50% delle donne bastano 4 attività: lavoratrice domestica, badante, addetta alle pulizie e cameriera. Ma con un tasso di inattività che supera il 43%. Dunque si fa ampio ricorso al lavoro nero.
Nel complesso è evidente come la narrazione politicamente corretta sia assolutamente falsa. L’apporto dei migranti in Italia non è favorito per offrire al Paese nuove competenze, ma solo per disporre di una massa di disperati da sfruttare per le mansioni meno qualificate. O per imporre retribuzioni indecenti che, giustamente, gli italiani rifiutano.
Però se lo schiavismo viene definito “internazionalizzazione”, allora tutto diventa bello.
Si scrive “internazionalizzazione”, si legge “sfruttamento dei migranti”
Arrivano in redazione, quasi in contemporanea, due comunicati che si occupano, da diversi punti di vista, del problema dell’immigrazione. Inizia Unioncamere Piemonte che, dalla parte padronale, esprime grande soddisfazione per il processo di internazionalizzazione della regione subalpina. Un processo che passa anche attraverso “la presenza degli stranieri nel mercato del lavoro locale”. Anzi, è proprio questo “il tassello che ha fornito la spinta maggiore” poiché ha registrato un incremento dell’11,2%.
Mentre la propensione al commercio internazionale è aumentata solo dell’1%.
Insomma, una internazionalizzazione legata soprattutto all’immigrazione. Un bene? Un male? Comunque un bene, per Unioncamere.
E, puntuale, arriva la ricerca condotta dal Consiglio nazionale degli Attuari con Noi Rete Donne. Con dati non proprio entusiasmanti. Ad iniziare dalle mansioni svolte dagli immigrati, vittime, secondo la ricerca, di un “modello di segregazione occupazionale”. Tradotto in italiano significa che ai migranti, accolti con entusiasmo dal padronato più retrivo, sono riservate le occupazioni peggiori e peggio pagate.
Non c’era bisogno di grandi ricerche per capirlo. E, non a caso, la media retributiva di uno straniero è nettamente inferiore rispetto a quella degli italiani. Che l’entusiasmo per l’arrivo dei migranti fosse legato allo sfruttamento era chiaro a tutti, tranne che a coloro che, per interesse, fingono di non vedere e di non sapere.
Se poi il migrante è donna, la condizione peggiora ulteriormente. Il 50% della manodopera maschile straniera è impiegato in 19 attività (braccianti, manovali, facchini, trasportatori, addetti alle cucine…) mentre per il 50% delle donne bastano 4 attività: lavoratrice domestica, badante, addetta alle pulizie e cameriera. Ma con un tasso di inattività che supera il 43%. Dunque si fa ampio ricorso al lavoro nero.
Nel complesso è evidente come la narrazione politicamente corretta sia assolutamente falsa. L’apporto dei migranti in Italia non è favorito per offrire al Paese nuove competenze, ma solo per disporre di una massa di disperati da sfruttare per le mansioni meno qualificate. O per imporre retribuzioni indecenti che, giustamente, gli italiani rifiutano.
Però se lo schiavismo viene definito “internazionalizzazione”, allora tutto diventa bello.
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